mercoledì 31 maggio 2017

The Sh(a)ow Must Go On.

Philadelphia, Giugno 2025.

Ci sarà pure una navicella spaziale sopra le loro teste, ma la vita va avanti. Sono sul baratro di una guerra che non possono evitare, ma non per questo si lascia da parte il resto. Non l'ha fatto in passato e non lo farà. E non lo sta facendo adesso.
È arrivato il grande giorno: la conclusione dei suoi studi. Finalmente. Con molta calma, con molte peripezie nel mezzo, viaggi, un arresto e tanto altro, anche lei giunge alla fine di quello che è stato un grande percorso durante la sua vita. Indossa con immensa soddisfazione la sua toga e quel cappellino in testa, stringe con decisione la mano del presidente del corso, così come quella del suo professore che ancora una volta le chiederà di lavorare con lui, nonostante i suoi recenti trascorsi. Sorride compiaciuta ai suoi genitori, a Jimmy, a Galen e ad altre persone lì riunite per quella giornata, tra cui Borja. Isabelle è ricapitata a Philadelphia proprio in quei giorni e l'ha voluta con sé. Ha anche avvisato Nicholas, giusto un semplice messaggio, nulla di più. Tante foto di cui forse solo un paio la ritraggono con una faccia decente. Bottiglie di spumante ovunque. Non importa dell'astronave che gravita sopra le loro teste. È uno di quei momenti in cui il resto del mondo viene lasciato da parte. È insieme alle persone che ama, deve analizzare attentamente le reazioni dei genitori nell'incontrare Galen e viceversa (che non potrà andare sicuramente peggio dell'ultima volta dove c'è stato un bel falò improvvisato), far bere Jimmy sfruttando la scusa che la sua laurea è festa nazionale e cose così. Solo belle cose.
E una è andata.

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Zona Industriale, Giugno 2025.

La nuova base dei Night Soldiers, ormai, è ufficialmente attiva. Si sono mossi in fretta e senza destare sospetti. Quella al porto è stata completamente abbandonata. Nessun controllo, accessibile a chiunque -se si trova l'ingresso- e la cosa è stata voluta: ci sperano che le Fenici arrivino nella Sala Esagonale per vedere comparire su tutti gli schermi la stessa immagine: un bel dito medio con la frase "Ritenta, sarai più fortunato". Più altri messaggini lasciati qui e là per sbeffeggiare i loro rivali.
La nuova base è su due piani, il primo raggiungibile da tre punti diversi tra vecchie fabbriche, tutti portano a uno spazio da cui si apre un portone sul corridoio principale. Sulla destra si aprono stanzoni diversi, tra cui la nuova Stanza Centrale, l'Infermeria decisamente più attrezzata della precedente, un laboratorio meccanico, una cucina con adiacente uno spazio comune. Sulla sinistra del corridoio principale un altro più piccolo conduce verso le camere. Al piano inferiore non manca il garage con tutti i mezzi, a cui si aggiungono le celle dei prigionieri e una stanza piuttosto ampia per gli allenamenti.
Raggiunge le postazioni di sorveglianza e prende posto accanto a Martin, il suo compagno fidato in quella seconda famiglia. Gli fa compagnia fino alla fine del turno, poi gli propone di andare ad allenarsi, ormai lo usa come cavia per il suo obiettivo: abbattere una shell. Una in particolare. E poi anche per un altro motivo che può quasi sembrare banale: gli allenamenti con Martin sono sempre stati i suoi preferiti. E sempre lo saranno.

Se c'è una cosa di cui è certa è che anche questa volta i NS non si faranno da parte di fronte alla guerra che si sta avvicinando. Non saranno le parole di Burton a farli stare in panchina, non saranno le sconfitte recenti contro il Syndacate o il cartello Messicano. I Ns ci sono e sono ancora più combattivi di prima, perché tutti hanno dei buoni motivi per continuare a stare su questa terra e tentare di renderla un posto migliore.

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Rientra a casa. Finalmente in una nuova casa che sente sua. Un trilocale con un terrazzino a confine tra il centro e il South, grazie ai contatti che le sono stati dati da Ben. Ogni tanto conoscere persone importanti ha il suo vantaggio. Avere amici come lui è una grande fortuna.
Appena entra compare subito la palla di pelo rossa che mai avrà un nome, ma che non perderà mai il vizio di strusciarsi contro le sue gambe. La prende in braccio mentre molla le chiavi e il casco sul divano, raggiunge il frigorifero e prende una bottiglietta d'acqua. Non ha molto tempo per mettersi comoda. Coccola un po' il gatto, poi deve fare le ultime chiamate. Emma le ha dato fiducia, si sta impegnando con Neverland e deve assicurarsi che tutto sia in ordine per quel weekend prolungato. Ha lasciato le chiavi a Jimmy per venire a prendersi cura del gatto, ovviamente vietandogli in ogni modo i organizzare festini crimininali o di riempirlo di ragnatele, minacciandolo di far pubblicare sul Doubter una sua foto con il suo amato nomignolo "Jimminocuoricino".
Raggiunge la camera e c'è già una borsa sul letto, al suo interno qualche vestito e il necessario per il weekend. Ma non è la sola. Ce n'è un'altra già pronta, appoggiata a terra, in un angolo della camera. Non dorme da sola in quella camera. Non vive da sola in quella casa. Ha dato un mazzo di chiavi a Galen in maniera molto titubante, per via di come sono andate le cose l'ultima volta che l'ha fatto con qualcuno. Erano fuori città, in uno spiazzo belvedere dopo un giro in moto. Davanti a loro la città, quell'astronave che ormai è parte integrante del panorama. Gliele ha lasciate e ha sussurrato anche un "ti amo" molto impacciato. Perché la sua bravura nell'esporre i propri sentimenti è inversamente proporzionale alla sua bravura con le armi da fuoco. Ma ce l'ha fatta. Gliel'ha detto e ora lo aspetta per poter partire e prendersi quei giorni che si sono ripromessi, a Longport.

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Longport, 2030.

Longport è il luogo dove tante cose vengono messe da parte e si ha la possibilità di ritrovarsi e rigenerarsi. Hanno superato una guerra e chissà quante altre. I Night Soldiers non sono morti, sono una realtà sempre presente a Philadelphia, pronti a fare a proprio modo in barba a quelli della Force.
Il lavoro all'università procede bene, ha ottenuto una cattedra e viaggia un po' a destra e sinistra per il Paese per varie ed eventuali convention su chissà quali riflessioni letterarie, o semplicemente per fare da interprete al suo professore che con le lingue non se la cava molto bene. O forse la usa solo come scusa per averla come compagna di viaggio.
Non è nemmeno mancato un viaggio in Australia per andare a trovare Quinn e Dimitri, ma soprattutto Thomas, l'uomo della sua vita, il suo bambino preferito.
Gli allenamenti non sono mai mancati, così come le ore passate al poligono di tiro. Indagini, scontri, notti in infermeria, attimi di panico, birre in compagnia, turni interminabili alla sorvegliaza, missioni, maschere nuove, dipartite, le visite di Longshot.. nulla è mai mancato, fa tutto parte del gioco. Un gioco che la prende sempre di più e non ha motivo per tornare indietro.

Anche questa volta è con Galen. Ormai è una presenza costante e non potrebbe chiedere altro, così come non vorrebbe nulla di diverso. Come nelle altre occasioni, il resto del mondo è stato messo da parte. Anche se prima di partire ha ricevuto una lettera che l'ha sconvolta. Il mittente era Ben Birkenhead. L'ultima volta che lo ha visto è stato durante una sua piccola fuga in città, hanno bevuto un caffè, le solite chiacchiere di sempre, un paio di segreti condivisi e poi ognuno di nuovo alla propria vita, dove non sono mai mancati messaggi e chiamate. La loro è stata una bella amicizia, fino alla fine. È partita portandosi dietro il ricordo suo e di Emma. E ora sta seduta sulla spiaggia di Longport a osservare l'immensità dell'oceano che si allarga di fronte ai suoi occhi. Si stringe a Galen, lì dove tante cose sono iniziate per loro due, proprio sul baratro di quella che poteva essere la fine della Terra. Poche parole. Si lascia cullare dal suono delle onde, dalla brezza che tira e dall'abbraccio del ragazzo al suo fianco. Qualche semplice effusione, qualche sussurro - adesso meno impacciata- e tutto si ferma e va bene così.
Il sogno di prendere il largo su una barca per pescare e vivere delle torte offerte dalle pazienti di lui è sempre lì, aleggia sempre sulle loro teste, quasi fosse uno scherzo. Ma c'è. Così come c'è la consapevolezza che non resisterebbero troppo, che la loro vita non è quella, ma che Philadelphia chiama. E loro rispondono.
Once Night Soldier, Always Night Soldier.


The Sh(a)ow must go on.



giovedì 11 maggio 2017

A Longport tutto andava bene. Una parte di lei sarebbe rimasta in quella parte di mondo a godersi il mare, il sole, le passeggiate sulla spiaggia, le mangiate a base di pesce, i giri in bicicletta, i libri in terrazza, la compagnia del suo ragazzo, gli scherzi, i silenzi, piccole discussioni, i piedi freddi sotto le coperte e tanto altro. Si è veramente informata su quanto possa costare una barchetta per intraprendere la carriera da pescatore. Ma l'altra parte di lei fremeva per rientrare in città. Si è concessa giusto qualche giorno per staccare la spina dopo gli ultimi avvenimenti, dopo l'arresto, la Sandman. Ha avuto bisogno di respirare. Riprendere in mano una vita che pensava non le appartenesse più. O meglio: le apparteneva sei anni fa. Sei anni nella sua testa. 
Le manca Longport. Ma non ci vivrebbe mai. Resta un semplice appiglio a cui aggrapparsi quando si arriva al limite. Basta salire sulla propria macchina, proseguire dritto, fare la costa e parcheggiare. Se poi si è su due ruote è ancora meglio.

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La vita prosegue e lei si sta rimettendo in gioco. Un'astronave aliena gravita sopra le loro teste, si è parcheggiata proprio sopra la città e con sé porta un'altra incombente minaccia. La Terra è in pericolo. Un'altra volta. Ormai non si sorprende più di niente. Che altri pensino ai rapporti diplomatici, qui sulla terra, tra le strade, serve sporcarsi le mani. 
Non si aspettava sarebbe stato facile essere il nuovo leader di questa squadra, ma deve iniziare a fare i conti con il fallimento. Scontri persi, trappole, compagni di squadra feriti e addirittura morti, eventi inaspettati che scombussolano l'esito di un piano. Ma per fortuna tutto non grava solo sulle sue spalle. Ha riscoperto il valore e l'importanza della sua squadra. 
Ha fatto una scelta. Ha scelto Martin, alla fine. Ci pensava da tanto, ora è ufficiale. Lo ha scelto come suo braccio destro, ha bisogno del suo consiglio e sapere di averlo accanto la sostiene. Nonostante la Shell. "Sei una delle persone di cui mi fido maggiormente qui dentro".
Lincoln, invece, è stato richiamato a New York. Lascia i NS di Philadelphia e ora più che mai sente la responsabilità della squadra sulle sue spalle. Saperlo all'Hive era una certezza, sgravava in qualche modo la difficoltà di prendere decisioni. Era comunque un grande punto di appoggio. Ora deve imparare a camminare sulle proprie gambe. E ad affidarsi ai suoi compagni, di nuovo.

L'Hive è diventata la sua casa da poco più di un mese e già non ne può più. Non ne può più di svegliarsi e trovare quel soffitto così anonimo, come tutto il resto. Ci sono solo alcuni libri e una foto incorniciata che ritrae la spiaggia di Longport, il mare e un ragazzo di spalle che cammina. Ha qualche vestito, ma il grosso lo ha lasciato nel suo appartamento nella Old City. Quando può sfrutta la casa di Galen per dormire in un vero letto, per avere un po' di pace in un ambiente silenzio e sì, ovviamente per stare con lui. Si sente come se avesse del tempo da recuperare con lui. Tre giorni che sono stati sei anni. Ma lui è una delle poche certezze che è rimasta.
 C'è la possibilità di un appartamento nel South e ci sta pensando. Ma non ne è del tutto convinta. E poi il ritorno al lavoro. Anche se non è lo stesso. Non è come prima. Ma il suo professore crede ancora in lei e la vuole nel suo team. 

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Succede che un giorno decide di tornare nella Old, in quell'appartamento che è stata casa sua per diversi mesi. L'intenzione è di stare da sola. Sfruttare un vero bagno, un divano. Il suo letto. Ma quando apre la porta c'è una sorpresa. Non è da sola. E quell'incontro si trasforma nell'ennesima litigata. Si è sentita esclusa. Completamente esclusa. Quella macchina ha cambiato lei. Ma ha cambiato anche lui. Viene a conoscenza di nuovi sviluppi dopo che sono già in corso, per puro caso. Uno scatolone di troppo, forse. Forse quel "pensavo ci saremmo sempre detti tutto" appartiene a un'altra vita. Una vita che le sembra così lontana, ma che era sotto le sue mano fino a un mese fa. C'è ancora tanta incomprensione. Cioè, c'è sempre stata. Ma questa volta è diverso. 
Riprende il proprio casco ed esce di casa.

Casa?

venerdì 21 aprile 2017

Real Life.

Sandman Machine.

Ha perso ormai la cognizione del tempo. Non sa da quanti anni sia lì. Le è successo di vedere una volta i suoi genitori, ma le sembra passato un sacco di tempo. Ormai ci ha fatto l'abitudine a non avere alcun contatto con il mondo esterno. Si è chiusa un po' in sé e si è convinta di dover resistere in quell'ambiente e comportarsi al meglio, evitando il prolungamento della pena. Pochi legami. Tanta diffidenza. Parole giuste e pensate. Ha imparato a muoversi per ottenere del guadagno e senza mettersi contro chi gliel'avrebbe fatta pagare. Dormire bene è un lusso che non si può permettere. Ha sempre l'orecchio vigile, attento. Deve sempre guardarsi intorno, cogliere gli sguardi e gli intenti altrui. Non vuole guai, li evita. Ma a volte sono proprio loro che la cercano.

Ci ha provato a far filare tutto liscio. Ma il carcere è un ambiente imprevedibile e che non puoi conoscere fino a quando non ci sei dentro. Si deve fare attenzione a qualsiasi cosa, anche a chi ti siedi accanto per la mensa. A non fare commenti per il pranzo che è stato preparato. A non bisbigliare perché viene interpretato come un complotto nei confronti di qualcuno. Devi tenere sottocontrollo le tue cose, o non sai chi te le può prendere. Devi stare attenta a non restare da sola con alcune persone, perché non sai quali siano le loro intenzioni. E a volte sarebbe meglio non saperle. E avrebbe preferito non saperle.

Il carcere è una realtà che cambia.
Che segna dentro. Soprattutto quando ci si finisce con la consapevolezza di essere nel giusto. E ci si ritrova circondati di criminali. Quelli che si combattono tutti i giorni, solo che non si ha la propria squadra a coprire le spalle. Si è da soli. Ci sei tu e tu soltanto.



Philadelphia, South Side.

Neanche questa notte ha dormito molto, ma è stata apparentemente più serena dei primi giorni da quando è uscita. Quando riapre gli occhi ci sono due cose che nota: la stanza diversa, un corpo vicino al suo. In un primo momento pensa che sia un sogno, quel sogno che ha fatto per tutti quegli anni virtuali, e se non era quella camera, era la sua a Houston. Poi le viene un colpo. Non appena capisce di avere qualcuno al proprio fianco sobbalza. Scatta di lato e si scosta velocemente. Ha il cuore che batte a mille, il respiro che si fa più veloce. Fortuna che c'è abbastanza luce per capire dove si trova. Ed è la realtà vera, non quella virtuale. La persona che ha accanto è vera. Una persona amica. Socchiude gli occhi e poggia la testa contro le ginocchia. Mormora delle scuse e passano diversi secondi prima di rimettersi sotto le coperte e riavvicinarsi. Non si riaddormenterà più, ma cercherà principalmente di calmarsi e riabituarsi a quella situazione che tanto le era mancata, ma che le pare così lontana.

Ha accumulato tanta rabbia. Tanta diffidenza.
Eppure c'è una determinazione di base: non vuole darla vinta a nessuno. Si vuole riprendere quello che le è stato ingiustamente tolto. Ha del tempo da recuperare e delle persone a cui farla pagare. Ha lasciato velocemente il suo appartamento nella Old City e per ora si appoggia all'Hive. Vive lì. Deve recuperare la memoria sui casi che stanno seguendo, riprendere le indagini e converge lì tutto il suo dissenso. Vuole dare il meglio per combattere la causa. Non vuole farsi vedere vulnerabile. Quello non è cambiato. Si tiene dentro tutto. Forse è anche per questo che non appena c'è un commento fuori posto scatta, lancia birre addosso a qualche compagno, o lo prende a parole. Per ora non è ancora capitato che avesse una pistola in mano, per fortuna. È tornata. Ha appeso la sua maschera quando gira all'Hive, ma ne ha indossata una ancora più grande davanti a tutti.
Non ha bisogno di nessuno.
Come se niente fosse cambiato.

Intanto si spaventa sentendo qualcuno al suo fianco a letto.

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"Perchè Ben ti vuole bene e mi fido del suo giudizio sulle persone, perchè credo che ti possa servire una mano tesa in questo momento, e perchè sei l'unica persona sana di questa città che ho incontrato che tifi Lakers. Perchè sei la sorella di Jimmy, perchè hai talento e sei - per quanto ho sentito io a pelle - una persona per cui val la pena di restare e di combattere."


Wait...
*esita lui. perché, non è dato saperlo, ma sembra poco propenso a interrompere la comunicazione. Poi, forse fa una cosa che non aveva mai fatto, o di cui non ha memoria recente*
Ti voglio bene, Andrea. Non sparire, please. *un'altra pausa* 

"Ciao."
"Ciao.."

martedì 11 aprile 2017

Still there.


Non ha mai dormito un sonno simile. Diversi suoni e rumori le giungono piuttosto ovattati, voci di persone sconosciute, così come i volti sfuocati che si alternano sopra di lei, una scia di luci che si muove sopra la sua testa. Dei rumori metallici. Un costante bip. Sembra un sogno senza senso. E ultimamente ci è proprio abituata. Ma una cosa così non l'ha mai vissuta. Poi c'è un odore particolare. Ha ancora gli occhi chiusi, ma è un odore che non le piace. Un odore che conosce, ma che ancora non riesce a ricollegare a qualcosa. Il risveglio è davvero lento. Non c'è nessuno che la sta svegliando, ma un: "ancora cinque minuti" non glielo leva nessuno. E detto questo prova a rigirarsi nel letto, ma.. non ci riesce. Il suo polso sinistro è bloccato e avverte dolore, non solo in quella parte del corpo, ma anche alla schiena, al torace e al ginocchio. 
Poi l'epifania.
Spalanca gli occhi e vede la stanza dell'ospedale in cui si trova. Quel letto, le macchine a cui è attaccata, la finestra chiusa, il comodino e le pareti spoglie. Un paio di persone che hanno notato il suo risveglio. Si dimena un po', ha la gola secca per parlare. Ma meglio così, perché le viene da chiamare il nome del fratello e, per come sono finite le cose la sera precedente e per dove si trova adesso, meglio tacere. Il cuore inizia a battere velocissimo, si dimena un po' nonostante i dolori che avverte sul proprio corpo. Poi arriva un'infermiera. Le dice di stare tranquilla. Intanto un'altra si impossessa del suo braccio e, senza che possa difendersi -ancora una volta-, sente il pizzicore di una puntura. Pochi secondi e le palpebre calano da sole.

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Il mare. Quella spiaggia. È il tramonto e lo osserva, in piedi con le braccia incrociate al petto. Apparentemente non c'è nessuno. Ma delle voci giungono alle sue orecchie. Si volge verso sinistra e a distanza di diversi metri nota una coppia intenta a giocare sul bagnasciuga in maniera spensierata. Un moto di nostalgia la invade, soprattutto quando si riconosce in quella ragazza. Si gira dall'altra parte e compaiono un paio di bambini, lei più grande, avrà sui dieci anni e lui circa cinque. I due giocano con la sabbia e, per la precisione, è lei che si diverte a sotterrare il bambino, lasciando fuori la testa e i piedi. Ed è sempre lei che richiama un paio di figure adulte: "Mamma, papà.. sto creando una Jimpoltrona! Venite a provarla!" e questo povero bambino ormai pare rassegnato a tutto. Non gli ha mai lasciato un attimo di pace. La scena si sposta in mare, sono sempre loro due, ma con una decina di anni in più e un paio di altri ragazzini della stessa età, intenti a combattere la lotto dei giganti, spingendosi in acqua senza alcuna esitazione. 
Poi.. ecco una berlina nera, parcheggiata a qualche metro di distanza da tutti, come se sorvegliasse la spiaggia. Un paio di volti noti al suo interno: uno intento a guardarsi intorno con fare attento, probabilmente sta scattando fotografie senza che ne nessuno se ne accorga, l'altro con un pc in mano. A qualche metro da loro c'è il "suo professore", intento a camminare sulla spiaggia dialogando amabilmente di letteratura. Lei è lì ad ascoltarlo. E in tutto questo quadretto non possono mancare loro due: Borja e Yosef, pronti a farle uno scherzo alle spalle mentre cammina con gli altri. Infine, eccoli che sbucano alle sue spalle: Quinn e Thomas, lui già pronto a protendersi verso "la zia Adea".

E tutto sembra essere un mare di ricordi perfetto se non fosse che all'orizzonte compare qualcosa. Qualcosa che si dirige verso di loro. Lui dal mare, l'altro dalla spiaggia, di corsa. Il panico la assale. Cerca di avvisarli di andarsene via. Ma è come se le gambe fossero pesantissime, sprofondate nella sabbia della spiaggia. Non ha voce per richiamare nessuno. E più ci prova, più questi svaniscono, pian piano, sbiadiscono. Ma non i due in arrivo. Li riconosce bene, soprattutto quella shell e quel martello. Cerca a sua volta di allontanarsi, di sfruttare quel chip che si è fatta impiantare nel cervello. Ma non funziona. Ricerca Retribution, lui ce l'aveva fatta a farlo ripartire. Insieme a Climber. Ma entrambi sono scomparsi. Arriva. Lo sente arrivare e ancora prima che avvenga sente quel colpo sulla schiena. 


Si sveglia di soprassalto.
Ed è ancora lì.
Con un Forcer che si aggrappa a qualsiasi dettaglio pur di tirare fuori sospettati, che le fa promesse quando in realtà il nome è già stato appuntato, che le fa domande mal poste, che le paragona la giustizia a un elefante. Meglio non farsi troppe domande in merito, forse è colpa degli anestetici. Le viene chiesto se è disposta a difendere l'identità segreta del ragazzo che era con lei, ma del resto.. come può difendere un'ideantità che nemmeno conosce? Parla con tono calmo, non si scompone. Rigira un po' le cose a proprio piacimento. Del resto non a caso ha un Q.I. niente male e una laurea in Lettere. E poi c'è lei, Eleonor che se ne sta zitta per la maggior parte del tempo, intenta a medicare le ferite e rifare le fasciature. Poi quella domanda:
"Perché hai scelto di essere una Vigilante Illegale?"
"Ho scelto di essere una Vigilante. Questo conta."

E mentre lei viene interrogata, i due spacciatori che avevano fermato se la sono data a gambe. Ancora liberi di sguazzare per il South.
Bella roba la giustizia.
E buona la prima settimana da capo.

lunedì 3 aprile 2017

Yes.

«Serve qualcuno che prenda il comando qui. E io voglio che sia tu.»
«Io?»
«Sì, tu. Accetti?»
«Va bene, cioè, sì. Ma ne sei proprio sicuro?»
«Sì. Ne sono sicuro. Farai un buon lavoro.»

venerdì 31 marzo 2017

The Chair.

Houston, Texas.

Un tardo pomeriggio come altri, passato in camera di Coline, sua fidata compagna di scuola, intente a mettersi lo smalto ai piedi e a ripassare per l'interrogazione del giorno dopo, oltre a divagare su quanto sia figo Ewan Collins, soprattutto ora che è entrato nella squadra di football. Il telefono è sempre lì accanto, perché appena arriva un messaggio si spera che sia sempre qualcosa di buono per cui deconcentrarsi e lasciare che la Storia rimanga tale e solo impressa sulle pagine di quel libro. Ma non è un messaggio, bensì una chiamata. Mamma.

"Ehi, m.."
"Andrea, sto venendo a prenderti. Fatti trovare pronta". La voce è allarmata, tremante. Segno che è successo qualcosa. Guarda Coline come se potesse trovare una risposta scritta sulla fronte della bionda. Ma niente, ovviamente.
"Mum, che.."
"Andrea, veloce."

Quando scende da quella macchina corre insieme alla donna all'interno del Pronto Soccorso di Houston. Ha il cuore che batte a mille e la testa impegnata a combattere diverse ipotesi, dalle più tristi alle più tragiche, cercando di far vincere la speranza. Passano ore sedute nella sala di attesa. Si stringono la mano e si fanno da supporto l'un l'altra, perché in quel momento ci sono solo loro due. Gli uomini di casa Ross sono entrambi nelle mani di altre persone. La loro macchina, invece, non esiste più, a quanto pare. Bevono bevande calde più per abitudine che per bisogno, parlano poco, non rispondono alle chiamate. Poi giunge il momento. Il momento più temuto: il dottore che esce dalla sala operatoria. Si cerca di capire qualcosa dalla sua faccia, dalla camminata. E se si interpretasse male? Si alzano in piedi e ancora non si staccano, l'una il supporto dell'altra. Il dottore parla e loro iniziano a piangere, si abbracciano tra di loro, si stringono forte e coinvolgono il medico con uno sguardo e un "grazie". 
Entrambi sono vivi.

Non le sono mai piaciuti gli ospedali. Soprattutto i medici. E poi l'odore di quelle stanze. Quei colori così smorti. Gente che cammina ovunque. Le sedie scomode. Sofferenza ovunque.
Quando entra nella stanza regna il silenzio, interrotto solo da un "bip" costante, segno che il cuore del fratello batte. Avanza di un paio di passi e tutto rientra nel suo campo visivo. Macchinari ovunque, quelli che si vedono nei film, ma di cui non conosce nemmeno il nome. E non le importa. Tutta la sua attenzione viene indirizzata verso il ragazzo che dorme in quel letto. Ci sono fasciature su diverse parti del corpo, oltre a qualche taglio sul viso. Rimane paralizzata per diversi secondi. Quasi non respira più. Poi si muove. Piano. Molto piano, per paura di poterlo svegliare. Solleva una delle sedie all'interno della stanza e la avvicina al letto. Si siede accanto a lui e con lo sguardo percorre tutto il suo corpo, in parte coperto dal lenzuolo. Trova la sua mano, la afferra attenta a non toccare i tubi collegati alla flebo. Stringe appena la mano, l'altro braccio funge da appoggio per la sua guancia mentre la mano viene indirizzata ai ciuffi ribelli di lui. Preme le labbra tra di loro. Ha già pianto abbastanza, ha versato infinite lacrime. Ora è giunto il momento della veglia. Gli resta accanto e si lascia cullare da quel continuo "bip", unico segnale capace di tranquillizzarla in questo momento.
"Ci sono qui io, James. Non ti accadrà nulla."

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Philadelphia.

La scena che le si para davanti è simile. Il contesto è diverso. I motivi che li hanno condotti lì sono quasi assurdi e mai ci avrebbe pensato. Questa volta lo ha visto a terra, privo di sensi, circondato dal suo stesso sangue. Ma c'era una missione da compiere e questa aveva la priorità. Si è sentita una macchina. Un mostro. Di fronte a una situazione simile non si sa quale razionalità abbia chiamato a sé, ma ce l'ha fatta. E ancora adesso, ora che lo guarda su quel lettino non si scompone. Non si è scomposta nemmeno dopo che l'hanno informata essere ancora vivo. Non ha guardato in faccia nessuno. Si informa delle condizioni, ma sembra un pezzo di granito. L'espressione del viso visibile non si deforma. Non si muove di un millimetro. Si è concessa giusto il momento di fare rapporto, le hanno proposto di guardare lì dove è stata colpita -la suit ha evidentemente i segni dei proiettili-, ma ha rifiutato. È di nuovo su quella sedia accanto al letto. Ha ancora la Colt Python con sé, quattro colpi a disposizione. Vigilia sul fratello. Che si facciano pure domande. Che scoprano pure il legame tra i due. Non ha importanza, al momento. Nulla ce l'ha. Il mondo circostante le suona tanto distante.

La priorità adesso è questa.
Lo è sempre stato.
Non c'è per nessun altro.

giovedì 23 marzo 2017

Angoli di pace.


"Ti consiglio di trovarti un angolo di pace. Ne avrai bisogno quando tutto va a rotoli. Un posto in cui poterti rintanare e ritrovarti, in cui staccare completamente e rilassarti".

Il suo angolo di pace lei l'ha trovato. E quel consiglio che le è stato dato diverso tempo fa, ora si ritrova a darlo a qualcun altro. Proprio quando lo ritira fuori per ricordare qualcosa di bello. Di positivo. Di diverso. Perché dopo aver provato tante emozioni negative, tanta rabbia, rancore, delusione e amarezza, sembra che tutto vada male. Quando rivivi la vita di qualcun altro e ti senti madre che lascia i figli e moglie che lascia il marito, quando senti delle emozioni che non sono tue, ma che comprendi.. allora hai bisogno di ritrovare qualcosa che ti appartiene. Qualcosa che tiene a galla. Qualcosa per cui vale la pena tutto quello che stai facendo.
Qualcosa per ricordare.. che la felicità non è una truffa.

lunedì 20 marzo 2017

Revolver II.

Pensava di essersi scaricata completamente. Che quegli spari le avessero concesso un momento di pausa da tutte le preoccupazioni del momento. Ancora qualche colpo, poi avrebbe fatto ritorno a casa. Si gira per recuperare una bottiglia d'acqua ed è in quel momento che Climber rientra nel suo campo visivo. Una maschera che deve ancora abituarsi a vedere all'interno di quel posto. Una conversazione semplice, seppure ci sia qualche domanda che la spiazza appena. Quelle domande fatte quasi a cas che, però, ci prendono. Apparentemente fatte a caso. Lei ha solo la maschera che le copre il viso, come fa di consueto quando è all'Hive. Lui ha pure lo scrambler. Una voce meccanica. Lui continua a mandare delle frecciatine, o così sembrerebbe.

"Stai iniziando a darmi sui nervi. Se devi dirmi qualcosa, dilla e ciao".
"Pensavo che.." e si toglie lo scrambler "..ci saremmo sempre detti tutto. Ma evidentemente nonè così".
Quella voce la riconosce al volo. Improvvisamente si sente mancare il pavimento sotto i piedi e ha bisogno di un appiglio per reggersi in piedi. Tra tutte le voci che poteva sentire, tra tutte le persone che potevano esserci dietro quella maschera.. lui era l'ultimo. Non c'è modo di spiegarsi. È tardi. Lui se ne va e lei lo lascia andare, non lo trattiene.
L'unica cosa che le viene da fare è sparare.

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Il giorno dopo è fuori dalla porta del proprio appartamento. Resta a fissarla diversi minuti prima di entrare. Sa perfettamente che dentro c'è lui e che il confronto, adesso, è obbligatorio. Oltre che necessario e vitale. Perché non si può andare avanti facendo finta di nulla. Non con lui. 
Quando apre la porta lo trova seduto al tavolo.
Non dice una parola, sfila la giacca e poi lo raggiunge, sedendosi proprio di fronte a lui. Inizia a parlare e sembra che si sia preparata quell'introduzione, parla con tono di voce basso e tutta la verità viene a galla. Una verità che non avrebbe voluto scoprisse in questo modo. Ma non basta. Sembra esserci dell'altro. L'incomprensione è parecchia. Si sente di fronte a un muro costruito con dispiaceri e delusione. Ma se c'è una cosa di cui è certa, è che non si pente di quello che sta facendo. Proprio no. 
Eppure si mette a piangere. Lei che odia farsi vedere così.
Ma lui è suo fratello. E può permettersi di mostrarsi vulnerabile, qualche volta.
Si abbracciano.
E non c'è modo migliore per sentirsi a casa.

"Ti voglio bene, James. Affronteremo anche questa.."
"Te ne voglio anche io, Andy.. l'unica cosa che non ti perdono è di avermi puntato una pistola in faccia"

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"..devo davvero averti fatto qualcosa di grave. Forse è il caso che ti faccia vedere da un medico.."
"Ne ho davanti uno. Va bene lui o devo cercarne un altro?"
"Se cercassi qualcun altro lo riempirei di botte."
"Non mi piacciono i dottori, lo sai."

venerdì 17 marzo 2017

Revolver.

Davanti a sé una sagoma anonima con già diversi fori nella zona petto. La Colt Python in mano, braccia flesse in avanti con i gomiti leggermente piegati. Ha le orecchie coperte da un paio di cuffie e nessuna protezione davanti agli occhi, se non la sua solita maschera nera che le copre parte del viso. Una seconda serie di colpi. Uno. Due. Tre. Quattro. Cinque. Sei. Tutti colpiscono il bersaglio, tutti zona petto. Un colpo dietro l'altro, lo sguardo fisso su quella sagoma che nella sua testa ha una faccia. Una faccia ben delineata.
Ricarica la Revolver e la posizione è ancora quella.
È un attimo in cui la testa si riempie ancora di pensieri. Di paure. Di preoccupazioni.
Paure, ansie e preoccupazioni che non hanno motivo di esserci, ma che sono lì. Perché riuscire a essere serena, a godersi quello che ha, evidentemente, le è difficile. Molto.
"È un consiglio non richiesto, ma.. ti consiglio di parlarne apertamente. Di chiedere. È l'unica soluzione".
"L'unica soluzione sarebbe saperlo sotto terra".
Raramente la si sente parlare con tanta freddezza. Una freddezza che sembra non poterle appartenere. Di fronte a lei nessuno sguardo pregno di giudizio, bensì di solidarietà. Di comprensione. 
La pistola è carica. Punta la canna contro la sagoma, occhi aperti, trattieneil respiro e.. di nuovo scarica una serie di colpi, uno dopo l'altro. Scarica tutta la tensione. Affida a quei proiettili la sua rabbia che non può sfogare altrimenti, su una faccia che è solo un cartonato nero.
Non sarebbe male tornare al mare, dove tutto era così spontaneo. Ma quasi surreale. Un paio di giorni liberi da qualsiasi pensiero. Da qualsiasi impegno. Da chiunque. Solo lei e Galen. E il mare, ovviamente. Quel piccolo angolo di pace che si è ritagliata. E che ha ancora intenzione di ritagliarsi. Passeggiate sulla spiaggia, giochi infantili, del buon sesso, mangiate e bevute. Sembra la pace dei sensi. E in effetti lo è.
Ma la vita è a Philadelphia. Non resisterebbe troppo a fare la vita da pescatore. Seppure ci abbia pensato di passare le giornate a pescare e poi girare in biciletta a vendere il pesce. Che poi.. tutto questo c'è anche a Philly. Magari non il mare, ecco. Ma le passeggiate non mancano. Non manca nulla. Solo un po' di coraggio.

Deve farsene una ragione. 
Ritornare a fidarsi delle persone. 
Completamente.

lunedì 13 marzo 2017

Pills.

«E spero che questo non cambi le cose tra di noi.»
«Cambiare le cose? Non che non le cambia. Siamo nella merda proprio per questo.»

La storia si ripete.

sabato 4 marzo 2017

Days Off.


La sveglia è suonata presto. La borsa è quasi pronta, la palla di pelo rossa dorme vicino a Jimmy -che magari sbava sul cuscino. Un caffè veloce. Le ultime cose da preparare. Il libro che ha sul comodino. Si veste al volo e poi via. Compra un paio di caffè e dei Donuts. Non è da sola, Galen è al suo fianco, come spesso succede ultimamente. E le piace che sia così. La mano ancora sul suo ginocchio. Una strada che hanno già percorso insieme. Ma questa volta non hanno la fine del mondo che fiata sul collo. Ancora escono dalla città, dal Paese. 
Davanti a loro l'immensità dell'oceano, a Longport. La voglia di riposarsi. Di staccare la spina. Di riprendere fiato e rigenerarsi. Di stare bene.
« Non intendevo questo è che... tante volte ti vedo strana, sbattuta o affranta e non posso chiederti il perché... fino a che si tratta di "tizi che chiedono pareri" d'accordo. Però non voglio che ti chiudi con me. Questo dico. »
« Non voglio chiudermi con te. Ma non voglio nemmeno merntirti. »

[...]
« Tu vali lo sforzo. »
Per quanto dovrà continuare così? A nascondere Scout. Quella che ormai è parte integrante della sua vita. Della sua persona. Una parte di sé. Tenere le due cose separate, ha imparato a farlo. Ma quando hai una persona esterna a tutto, lì sì che si complica. Qualcuno le aveva consigliato di trovare un proprio angolo di pace in mezzo a tutto il caos che è il mondo esterno. Ed eccola lì. Eccoli lì.
Per un paio di giorni può permettersi di mettere da parte la sua maschera. Le prossime missioni e quelle passate. Le esplosioni e rivendicazioni. Per un paio di giorni vuole essere Andrea. Solo Andrea.


giovedì 23 febbraio 2017

The Firts Time.

Non sa quanto tempo è rimasta a vegliare sul corpo che le dorme accanto. È seduta, tiene le ginocchia piegate e le abbraccia. A volte trattiene il fiato per assicurarsi che si senta il respiro altrui. Quando decide di sgusciare via da quel letto è l'alba, circa. Non ne è sicura. Non ha praticamente dormito, nonostante ci abbia provato. Nonostante la stanchezza. Recupera i suoi vestiti e alla fine torna verso la camera. Ha pure scritto un bigliettino per non svegliarlo, ma alla fine no. Si china per lasciare un bacio, una semplice frase di congedo, qualche carezza e poi richiude la porta alle proprie spalle. Chiama un taxi per tornare a casa ed uscirne pochi minuti dopo per andare a correre. È un abitudine che si porta dietro da un po', abitudine che le fa bene, la aiuta a pensare, a sfogarsi, a spegnere la mente per un po'. A fare chiarezza. 
Il parco è pressoché deserto. Inizia a correre.
Corre e cerca di levarsi dalla testa quell'immagine che si porta dietro dalla sera precedente. Un'immagine che l'ha evidentemente segnata. Una prima volta. Ma forse una di quelle che non si dovrebbero mai provare nella vita. Ma è la strada che ha scelto. Ha sempre pensato che non sarebbe successa una cosa simile. O comunque sarebbe stata pronta. Ma ci si può preparare per certe cose? Da ieri sera c'è qualcosa che è cambiato. Ha ucciso una persona.

Davanti a sé un paio di uomini. Entrambi feriti. Uno sdraiato con la pancia sul terreno, l'altro in ginocchio e chinato sul compagno. Ed è proprio verso questo che solleva ancora il braccio e punta la propria arma. Viene spinta da una freddezza che le è nuova. Poco prima delle urla sono arrivate forti e chiare alle sue orecchie, qualcosa si è scatenato; poi le seguenti parole non sono sufficienti per placarla. La Golden Blust puntata e l'indice che preme il grilletto, dopo un colpo di stordimento giunto da altri lidi. E poi il corpo si accascia sull'altro ed esala il suo ultimo respiro. "Magari c'è qualcuno che lo aspetta a casa.."

Corre. È in movimento mentre nella sua testa lei è ancora ferma a guardare quel corpo. Quel corpo che sicuramente avrà degli affetti. Qualcuno ad aspettarlo a casa. Un nuovo groppo l'attanaglia alla bocca dello stomaco. È rimasta solo un paio di secondi a fissarlo, ma a ripensarci sembra un'eternità. Aumenta la falcata, percorre sentieri che le sono familiari, ma è come se non li vedesse, come se uno valesse l'altro, non ha una meta precisa. Ieri avevano un obiettivo e si può dire "missione compiuta", l'obiettivo era stato raggiunto, ma c'è stato altro che l'ha spinta a insistere con il teleporta. Non è bastato quel colpo di stordimento. Una tensione dentro. Qualcosa di più grande. E per quanto le cose fossero precipitate, il "tener le cose separate" non è stato così facile. Corre per scaricare qualsiasi cosa la stia ancora attanagliando. Piega le gambe e si accovaccia. Si nasconde il viso con le mani. E per fortuna che il parco è ancora abbastanza vuoto e non attira l'attenzione di nessuno.

Lo sguardo perso dell'uomo senza vita.
Gli insulti del cecchino mentre si mette sopra per bloccarlo.
Uno sguardo silenzioso dietro un casco.
Quelle parole dure nei suoi confronti.
Il silenzio che ha scelto. 
  
Torna a casa e si fionda sotto la doccia. Anche questa volta spera di lavarsi via qualsiasi cosa. Affidare a quel momento depurativo ogni suo pensiero, preoccupazione e nuove paure. La storia sembra ripetersi, ma con ruoli invertiti. Ripensa alla visita del giorno precedente. Una di quelle visite improvvise che tanto le piacciono. Un caffè insieme. Punti di svolta. E l'impossibilità di aprirsi completamente. Dover tener nascosto qualcosa. Qualcosa che potrebbe intrecciarsi con la vita di qualcun altro. Ancora. Tutto sembra complicarsi in maniera esponenziale. 
Forse la fine del mondo non era un'alternativa poi tanto male.
Ma non diciamo cazzate.

martedì 21 febbraio 2017

Anywhere.


 "Ma il mondo non è finito. E tu sei qui. E sei reale.
E io sto bene con te.
Sembra che abbia la possibilità per provarci."

"Fino a che io e te stiamo bene,
fino a che tu vorrai continuare a correre, io ti sto dietro."

I'll go anywhere with you.

venerdì 17 febbraio 2017

Heores.

Mercoledì.

Ci si rende conto che sì, forse quello potrebbe essere davvero l'ultimo giorno al mondo. Non si è preparata liste di cose da fare. Si gode quello che viene. Un messaggio inaspettato. Deve far finta di non sapere, ma ha la possibilità di mostrare quel dubbio che si porta dietro dall'estate. Una risposta semplice. Sincera. Ha chiarito anche questo. Quello che doveva sistemare è stato sistemato e non sembra avere rimpianti. È in pace. O almeno è quello che vuole mostrare agli altri. O anche a se stessa. Quel mercoledì le sembra un giorno come tanti altri. Lo inizia risvegliandosi accanto a qualcuno, un corpo pian piano sempre più familiare. Una colazione insieme e poi fa pure lezione. Parla in tedesco con i suoi alunni, sta seduta sulla cattedra a raccontare qualche aneddoto europeo, li saluta e ha pure assegnato i compiti per venerdì, tra cui "state con le persone che amate". Ed è quello che fa lei. I Ross si riuniscono, tutti sul divano davanti a un film. Incastrati l'uno con l'altro, lei abbracciata al papà in quella posizione che si porta dietro da sempre. Lo abbracciava così a cinque anni e lo fa oggi. Le gambe cozzano con quelle di Jimmy, parte qualche piedata, ma alla fine si intrecciano. La mamma ha fatto la torta cioccolato e ricotta, le birre non mancano. È una scena normale. Quando stavano a Houston spesso guardavano film insieme. Ora che i due figli sono a Philadelphia si approfitta delle occasioni che si vengono a creare. Tutto sembra normale. Eppure c'è una consapevolezza di fondo. Quella potrebbe essere l'ultima volta. E si stringe ancora di più al papà.

L'ultima volta.
L'ultima volta che si veste bene. Elegante. Tutto nasce per un messaggio e diventa realtà. Esce di casa piuttosto tardi, tempo di prepararsi. Raggiunge in auto un nuovo indirizzo nel South e parte. Il viaggio dura un'oretta, le strade sono vuote e la macchina viaggia veloce. Guida sicura, conosce bene la strada. La radio di sottofondo. Una mano sul volante. L'altra sul suo ginocchio. Sono usciti dalla città. Persino dallo Stato. In un'ora sono arrivati davanti all'immensità dell'oceano. Prende una coperta che viene adagiata sulla spiaggia. Davanti a loro l'oceano e il vento che li colpisce in faccia. Si stringe a chi le sta accanto e lo abbraccia, usa la sua spalla come appoggio. Questo è uno di quei casi in cui non servono troppe parole.

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Giovedì.
To day is the day. La tensione regna sovrana. Si prepara al rituale. Si concentra. E per farlo.. pulisce casa. Le pulizie come terapia a quella tensione. Alla ricerca della giusta dimensione per affrontare la serata. La casa risplende. Lei un po' meno. Coccola quella palla di pelo rossa che è suo compagno da pochi mesi, ma che le ha letteralmente conquistato il cuore. Poi esce di casa. Prende ancora la macchina e niente radio. Sguardo davanti a sé. Tempo di parcheggiare e guarda il telefono che si illumina. Ci sono diversi messaggi. Ma è uno che la colpisce. Scrive e cancella quella risposta più e più volte. Scende addirittura dalla macchina e ci gira intorno, mentre combatte una battaglia interiore. Alla fine vince la freddezza. Una freddezza che non è da lei, ma che ultimamente le fa da scudo, accompagnata da indifferenza. Una difesa. Ma se da una parte c'è la freddezza, dall'altra parte una telefonata. Ci vogliono un paio di tentativi prima che senta un:
"Ehi.." un saluto semplicissimo, ma con una voce familiare e un tono di voce che sembra aver lasciato da parte qualsiasi rimorso o rancore. 
Si appoggia al cofano dell'auto e si gratta la fronte con la mano libera. Improvvisamente sembra non riuscire a parlare. Per fortuna che di là c'è chi sa come fare. E va direttamente al sodo.
"Yosef mi ha detto cosa hai intenzione di fare. Sei sicura?"
"Sì, assolutamente." sembra voler aggiungere altro, ma le parole le muoiono in gola.
"Non mi stupisce che tu finisca in mezzo a situazioni potenzialmente pericolose.."
"È proprio un brutto vizio, non credi?" lo interrompe e cerca di seguire la sua nota ironica.
"..ma è uno dei motivi per cui mi sono innamorato di te." continua la sua frase e risponde, in qualche modo, anche alla domanda posta da lei.
Sospira.
"Siamo stati proprio bene e rifarei tutto dall'inizio."
"Anche io. Ti chiederei ancora di sposarmi.."
"..e io ti direi ancora di sì"
"..per poi andartene come hai fatto."
"Mi dispiace, Borja.."
"Non importa, Andrea. Mi importa averti avuta nella mia vita e continuare ad averti se ce ne sarà l'occasione. Va bene così. Abbiamo agito entrambi d'impulso, al momento era la cosa migliore. Non era il momento giusto. E poi ehi.. non tutti possono raccontare una storia simile."
Sorride e guarda verso il Velo. Il tempo stringe.
"Devo andare, Borja. Io.." breve pausa "..ti ho amato davvero."
"Lo so. E lo stesso vale per me. Ed è questo che conta.. che è stato vero."
"Ci vediamo presto, Borja."
"Bis bald, Andrea".

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Il rituale ha inizio. Dopo un momento di panico generale, i due cerchi riescono a formarsi e lei stringe la mano di due perfetti sconosciuti, ma che al momento sente più vicini di chiunque altro. Sono lì per lo stesso motivo. Hanno un obiettivo. Qualcosa per cui lottare, seppure spinti da motivazioni diverse. Da vite diverse. Le energie fluiscono e si incanalano nello stesso punto. Le due realtà si incontrano e collaborano. Anche oggi. Combattono insieme. Almeno in quel punto. Quello che succede nel resto della baraccopoli è arrivato alle sue orecchie, ma è stato messo da parte. Si lascia cullare dalla melodia che hanno iniziato a cantare tutti insieme, dai mantra che si ripetono in svariate lingue. Gli occhi chiusi. Poi una strana sensazione. Inizia a sentirsi svanire. E non solo lei. Il mondo intero. Compare la paura che tutto possa rimanere in questo stato. Poi il nulla. Fluttua senza essere niente. Nessun ricordo. Nessuna emozione. Nessuna conoscenza. Niente di niente. Ma è quella melodia che la tiene in vita. Continua a cantare seppure non ne capisca il significato.
Poi è il Big Ben.
Improvvisamente tutto torna. Un nuovo calore. Un soffio di vita. Tutto ritorna alla mente, come un grande film che le scorre davanti agli occhi. Un susseguirsi di ricordi. Mamma e papà. Lei seduta in braccio al papà che si sproge verso il pancione della mamma per appoggiarci l'orecchio: "Sei sicura che ci sia qualcuno qui dentro?" e pochi mesi dopo vederlo per la prima volta: "ma è uno sgorbio! Non è bello come i bambini che ci sono sui libri!". Le gare di corsa tra fratelli, poi quelle scolastiche. La prima medaglia e la prima volta col gesso. Owen Lynch e il primo bacio. I passaggi in motorino. La prima sigaretta. E la prima canna. Il viaggio con la scuola a Washington. Ben Cowan e la sua prima volta. Ben Cowan e le prime corna. Il viaggio con le amiche a Miami, poi quello a Losa Angeles dove finalmente ha visto giocare i Lakers ed è tornata a casa con un paio di pantaloni ricevuti da un giocatore. E poi il club dell'uncinetto. Le cheerleader. Il diploma. Philadelphia. La compagna di stanza che non si lavava i piedi. La partenza. L'arrivo a Münster. Il primo festino universitario tedesco e il primo risveglio con uno sconosciuto, poi la conoscenza col suo coinquilino: Borja. Il colloquio al Doubter. Ben Birkenhead, Washington e una passeggiata a Boathouse Row. Il ritorno in Europa. Un anello. Un sì. E il ritorno a Philadelphia. Quel ritorno che le ha cambiato la vita. Perché non è più tornata indietro. Si è lasciata alle spalle molte cose. Ha indossato una maschera e ha cercato i Night Soldiers. E tutto sembrava andare bene. Ma sono i ricordi degli ultimi giorni che la fanno stare a galla. I cambiamenti inaspettati e le persone inaspettate. C'è una speranza a cui aggrapparsi. Qualcuno per cui stringere i denti.
I piedi toccano di nuovo terra e le gambe cedono. Non è mai stata così felice di sporcarsi di fango e sentire la terra in bocca. Le lacrime iniziano a rigarle il viso. Lacrime intrise di gioia e di paura. Tutta la paura che ha accumulato dentro e che ha cercato di nascondere insistentemente. Poi, improvvisamente, il primo pensiero verso qualcuno. Si rimette in piedi. Stanno tutti bene. Jimmy sta bene. Ma lei ha bisogno di un abbraccio in particolare.

"Ce l'abbiamo fatta. Abbiamo salvato il mondo."

lunedì 13 febbraio 2017

Turn the page.

Hanno una data. Il mondo potrebbe finire il 16 di febbraio.
Quando Lincoln le dà quell'informazione, per un momento, sembra non sentire più il pavimento sotto i piedi. Per fortuna che era seduta. Lo guarda per diversi attimi in assoluto silenzio, ma dentro la sua mente si scatena l'inferno. Mille cose vengono a galla, cose da fare, da dire, situazioni da distemare. È troppo presto. Sta già dando per scontato che non vedrà il giorno dopo. Ha fiducia nel rito. Sa che il mondo andrà avanti. È lei che non ne farà parte. Chissà che diamine le passa per la testa, dato che poi propone gite al mare ai suoi compagni Soldiers, ma anche ad altri. Ha un umore altalenante. La stanchezza la fa da padrona, un terrore di base non solo legato alla fine del mondo. Una consapevolezza che tenta di nascondere a se stessa.

"Quinn, merito di essere felice?"
 È una domanda del cavolo, davvero. Ma a un certo punto il dubbio l'ha presa in pieno. 
"Certo che lo meriti! Secondo me sbagli ad aspettare una persona così. 
Meriti la compagnia di una persona che apprezzi stare con te"

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Ha una priorità. Raggiunge Mutiny in tempi record. E quelle parole che si sente dire sono una lama. Lo sapeva. Se lo aspettava. Ma fa comunque male. E una parte di lei ha sperato fino all'ultimo. E comunque non ci crede. Tutto ha assunto una piega assurda nella sua testa. Non ci ha capito più niente e per lei è importante razionalizzare tutto. Dare delle spiegazioni. Riceverne. Ma questa volta non è così. Ed è questo che la manda in bestia. Tutti i suoi sentimenti vengono messi da parte in un nano secondo in favore di un muro di ostinata freddezza e durezza. Non sembra importarle più nulla.
Esce da quel luogo con tutta la calma di cui è capace e quando arriva a casa sa già cosa fare.
Prende una scatola avanzata dal suo trasloco. Soffia via un po' di polvere e ci infila dentro tutto ciò che non le appartiene più. O che forse non le è mai appartenuto. Un paio di camicie e tutto ciò che può aver lasciato dentro un armadio. Recupera anche uno spazzolino e un dopobarba che aveva preso appositamente. Un libro. Le chiavi di casa con tanto di portachiavi e sì, alla fine aggiunge anche quella collana che le aveva regalato a Natale. Nessuna esitazione.

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Il freddo. La neve. Delle scarpe poco adatte. Due occhiaie che la fanno sembrare un panda. Boathouse e la sua passeggiata. La giusta compagnia. Il rischio di re-incontrare persone interessanti. Mancano tre giorni e ci sono cose da sistemare. È una conseguenza a quanto successo nel pomeriggio, anche se è qualcosa che si porta dietro da diversi giorni. Ha lasciato che le cose andassero in questo modo, nonostante una parte di lei fosse ancorata a un'altra speranza. Speranza che non c'è più. E ora può lasciarsi andare a questa nuova sensazione. Troppo presto? Mancano tre giorni, al diavolo tutto. È arrivata lì con le idee ben chiare, complice anche il supporto del suo migliore amico. Non perde tempo.


"Hai in mente quando ti dicevo che una parte di me verrebbe con te? 
Ecco.. non è più solo una parte. Se potessimo, lo farei al volo."
"Ma che ti avrò mai fatto io a te.. andrà bene, giovedì. 
Non ho intenzione di vedere finire il mondo dopo essermi sentito dire certe cose"
"Nemmeno io. Ed è per questo che parteciperò al rituale.."
"È potenzialmente pericoloso, lo sai questo.. vero?"
"Sì, ma è la cosa giusta da fare.."


E la serata continua. Nonostante i timori. Nonostante la paura. Nonostante il tempo stringa. Ma forse è proprio per questo che ha deciso di fermarsi, di scendere dal treno delle cose da fare e quelle a cui pensare, così da godersi quel che resta. Una parte di lei è ancora convinta che abbia i minuti contati, un'altra si aggrappa allo spiraglio che ci sia una possibilità anche per lei. Non la lascia trapelare, non lascia trapelare niente. Si convince che il mondo continui a girare come se nulla di tutto quello che sta succedendo sia vero. Come se nulla fosse mai successo. Quindi stare seduta in quel locale a parlare del club dell'uncinetto, bere, stringere la sua mano, risvegliarsi insieme è tutto normale. Al momento.

E giovedì può anche arrivare.
Lei sembra improvvisamente in pace.
Ed è pure riuscita a riposare.

giovedì 9 febbraio 2017

La Linea Sottile.

Si è decisa ad andare a controllare la situazione alla Baraccopoli. Non si è più accontentata di seguire le dirette, o vedere le foto pubblicate. Così come non si è più accontentata di poter parlare con Eugene per sapere quando avverranno le prossime connessioni e assicurarsi la sua incolumità. Quindi ci è andata e, senza nemmeno rendersene conto, Routh l'ha praticamente fatta salire a bordo della nave. Una nave che, a detta di molti, è piena di buchi e sta pian piano affondando. Perché il tempo stringe e il mondo è alla ricerca di una soluzione. Una soluzione che è nella nostra realtà. È possibile salvare entrambi i mondi? Si sta lavorando per quello. Ma non biasima chi opta per un piano B. Probabilmente lo farebbe anche lei.
Quindi si imbarca in questa lotta contro il tempo. Quando non è alla Baraccopoli è in Università e quando non è lì, la si trova all'Hive. Sta tenendo la mente occupata, è quello che dice a tutti. Ed è anche uno dei motivi per cui dorme davvero poco. Perché la notte è il momento peggiore: tutti i pensieri vengono a galla e ti sommergono, tutti insieme. 
C'è chi ha detto che, mancando pochi giorni all'eventuale fine del mondo, converrebbe risolvere le proprie faccende personali. Tempismo perfetto, dall'altra parte, davvero. E mentre cerca di tenere insieme i pezzi, qualcosa avanza silenziosamente. L'ha già notato, ma.. probabilmente fa finta di non vedere e di non sentire, lasciando che le cose vadano in questo modo.

Ha detto che forse sarebbe voluta rimanere sotto quelle macerie. Una gioia, davvero. Perché qualcosa dentro di sé si sta contorcendo. Troppe cose tutte insieme. La parte codarda avrebbe preferito risolvere tutto in quel modo. Ma non si è arresa. Non si arrende. E non si arrenderà.

"Sei brava Scout. Sei creciuta molto in questo ultimo mese. Lo vedo dalle nostre discussioni, dal tuo buttarti sempre in gioco. Credo che imparerai ancora molto ma... 
Sei davvero una vera Night Soldier."

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La Baraccopoli. La fine di un turno. Una coperta, una baracca che protegge dal vento, del buon cibo. Congetture, ipotesi, confessioni. Si era fatta diverse idee su come passare gli ultimi giorni prima della fine del mondo; questo non rientrava assolutamente nei suoi piani. Ma negli ultimi mesi ci ha fatto l'abitudine all'improvvisazione. Alle cose che succedono senza sapersi dare una spiegazione. Tutto finisce con una dormita. Finalmente è riuscita a chiudere occhio per qualche ora, riuscendo a riposare. Poche ore a confronto con la stanchezza che si porta dietro, ma è un risultato. Se ne torna a casa con un mezzo ghigno stampato in viso. 
Ghigno che scompare non appena varca la soglia d'ingresso. 
Abbandona le chiavi sul tavolino vicino alla porta, sfila lo zaino, si leva il cappotto e poi gli stivaletti. Molla tutto in giro. Avanza di qualche passo e si guarda intorno, la casa è illuminata dalle prime luci del giorno. Rimane immobile in un punto piuttosto centrale. Il gatto che la raggiunge per strusciarsi contro le sue gambe. Questa volta gli concede qualche attenzione, poi si dirige verso il bagno.
È una di quelle docce interminabili. Fronte appoggiata contro la piastrella del muro, il getto di acqua calda che cade dritto sulla testa. Sembra volersi lavar via qualcosa. Rimane immobile, lascia che sia l'acqua in autonomia a lavare via tutto.
"Che cazzo sto facendo?"

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Il campanello alle nove è una sorpresa. Ma è sveglia. Si alza dal tavolo con la matita tra i denti. Sbircia nell'occhiello e.. ha un tuffo al cuore.
Apre la porta di fretta e furia. Davanti a lui un uomo sui cinquant'anni, di bell'aspetto, capelli e occhi scuri, una figura slanciata e ben piazzata. Tiene in mano una confezione di dolci e un porta caffè con tre bicchieroni. Segno che non è da solo. 
"Buongiorno, ranocchietta".
Il papà è sempre il papà. Trovarselo davanti ha smosso qualcosa di enorme dentro di lei. Lo guarda incredula, mani che coprono la bocca e parte del naso. Lo lascia sulla soglia una manciata di secondi, davvero sorpresa. Poi avanza e senza dire nulla lo abbraccia e tira su col naso. Nasconde il viso contro la sua spalla, quando lo rialza nota una seconda figura. Anche questa molto familiare. Raggiunge anche lei -a piedi nudi nel corridoio, alè.
"Abbiamo preso qualche giorno di permesso per farci un viaggio.." spiegano mentre avanzano all'interno della casa che ben conoscono
"..e invece di andare a fare le lucertole al mare, abbiamo pensato di vedere che diamine succede a Philly..."
"..insomma, chi preferirebbe mai il mare dei caraibi a questa città.."
Si completano le frasi a vicenda, ironici entrambi. Da qualcuno deve aver preso.
Li guarda con aria riconoscente. È commossa per questa sorpresa. Perché a lei sono chiare le motivazioni che li hanno portati lì, questa mattina. Ed è altrettanto riconoscente perché non fanno domande, non la guardano con compassione. 
"..quanto mi siete mancati.." dice con un sussurro.
"..Andrea, guarda che sono venuta qui solo per rivedere Birkenhead", non si smentisce mai.

Ed è il momento della colazione.
L'inizio di un'altra giornata.
Ma con la famiglia ha tutto un altro sapore.