venerdì 21 aprile 2017

Real Life.

Sandman Machine.

Ha perso ormai la cognizione del tempo. Non sa da quanti anni sia lì. Le è successo di vedere una volta i suoi genitori, ma le sembra passato un sacco di tempo. Ormai ci ha fatto l'abitudine a non avere alcun contatto con il mondo esterno. Si è chiusa un po' in sé e si è convinta di dover resistere in quell'ambiente e comportarsi al meglio, evitando il prolungamento della pena. Pochi legami. Tanta diffidenza. Parole giuste e pensate. Ha imparato a muoversi per ottenere del guadagno e senza mettersi contro chi gliel'avrebbe fatta pagare. Dormire bene è un lusso che non si può permettere. Ha sempre l'orecchio vigile, attento. Deve sempre guardarsi intorno, cogliere gli sguardi e gli intenti altrui. Non vuole guai, li evita. Ma a volte sono proprio loro che la cercano.

Ci ha provato a far filare tutto liscio. Ma il carcere è un ambiente imprevedibile e che non puoi conoscere fino a quando non ci sei dentro. Si deve fare attenzione a qualsiasi cosa, anche a chi ti siedi accanto per la mensa. A non fare commenti per il pranzo che è stato preparato. A non bisbigliare perché viene interpretato come un complotto nei confronti di qualcuno. Devi tenere sottocontrollo le tue cose, o non sai chi te le può prendere. Devi stare attenta a non restare da sola con alcune persone, perché non sai quali siano le loro intenzioni. E a volte sarebbe meglio non saperle. E avrebbe preferito non saperle.

Il carcere è una realtà che cambia.
Che segna dentro. Soprattutto quando ci si finisce con la consapevolezza di essere nel giusto. E ci si ritrova circondati di criminali. Quelli che si combattono tutti i giorni, solo che non si ha la propria squadra a coprire le spalle. Si è da soli. Ci sei tu e tu soltanto.



Philadelphia, South Side.

Neanche questa notte ha dormito molto, ma è stata apparentemente più serena dei primi giorni da quando è uscita. Quando riapre gli occhi ci sono due cose che nota: la stanza diversa, un corpo vicino al suo. In un primo momento pensa che sia un sogno, quel sogno che ha fatto per tutti quegli anni virtuali, e se non era quella camera, era la sua a Houston. Poi le viene un colpo. Non appena capisce di avere qualcuno al proprio fianco sobbalza. Scatta di lato e si scosta velocemente. Ha il cuore che batte a mille, il respiro che si fa più veloce. Fortuna che c'è abbastanza luce per capire dove si trova. Ed è la realtà vera, non quella virtuale. La persona che ha accanto è vera. Una persona amica. Socchiude gli occhi e poggia la testa contro le ginocchia. Mormora delle scuse e passano diversi secondi prima di rimettersi sotto le coperte e riavvicinarsi. Non si riaddormenterà più, ma cercherà principalmente di calmarsi e riabituarsi a quella situazione che tanto le era mancata, ma che le pare così lontana.

Ha accumulato tanta rabbia. Tanta diffidenza.
Eppure c'è una determinazione di base: non vuole darla vinta a nessuno. Si vuole riprendere quello che le è stato ingiustamente tolto. Ha del tempo da recuperare e delle persone a cui farla pagare. Ha lasciato velocemente il suo appartamento nella Old City e per ora si appoggia all'Hive. Vive lì. Deve recuperare la memoria sui casi che stanno seguendo, riprendere le indagini e converge lì tutto il suo dissenso. Vuole dare il meglio per combattere la causa. Non vuole farsi vedere vulnerabile. Quello non è cambiato. Si tiene dentro tutto. Forse è anche per questo che non appena c'è un commento fuori posto scatta, lancia birre addosso a qualche compagno, o lo prende a parole. Per ora non è ancora capitato che avesse una pistola in mano, per fortuna. È tornata. Ha appeso la sua maschera quando gira all'Hive, ma ne ha indossata una ancora più grande davanti a tutti.
Non ha bisogno di nessuno.
Come se niente fosse cambiato.

Intanto si spaventa sentendo qualcuno al suo fianco a letto.

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"Perchè Ben ti vuole bene e mi fido del suo giudizio sulle persone, perchè credo che ti possa servire una mano tesa in questo momento, e perchè sei l'unica persona sana di questa città che ho incontrato che tifi Lakers. Perchè sei la sorella di Jimmy, perchè hai talento e sei - per quanto ho sentito io a pelle - una persona per cui val la pena di restare e di combattere."


Wait...
*esita lui. perché, non è dato saperlo, ma sembra poco propenso a interrompere la comunicazione. Poi, forse fa una cosa che non aveva mai fatto, o di cui non ha memoria recente*
Ti voglio bene, Andrea. Non sparire, please. *un'altra pausa* 

"Ciao."
"Ciao.."

martedì 11 aprile 2017

Still there.


Non ha mai dormito un sonno simile. Diversi suoni e rumori le giungono piuttosto ovattati, voci di persone sconosciute, così come i volti sfuocati che si alternano sopra di lei, una scia di luci che si muove sopra la sua testa. Dei rumori metallici. Un costante bip. Sembra un sogno senza senso. E ultimamente ci è proprio abituata. Ma una cosa così non l'ha mai vissuta. Poi c'è un odore particolare. Ha ancora gli occhi chiusi, ma è un odore che non le piace. Un odore che conosce, ma che ancora non riesce a ricollegare a qualcosa. Il risveglio è davvero lento. Non c'è nessuno che la sta svegliando, ma un: "ancora cinque minuti" non glielo leva nessuno. E detto questo prova a rigirarsi nel letto, ma.. non ci riesce. Il suo polso sinistro è bloccato e avverte dolore, non solo in quella parte del corpo, ma anche alla schiena, al torace e al ginocchio. 
Poi l'epifania.
Spalanca gli occhi e vede la stanza dell'ospedale in cui si trova. Quel letto, le macchine a cui è attaccata, la finestra chiusa, il comodino e le pareti spoglie. Un paio di persone che hanno notato il suo risveglio. Si dimena un po', ha la gola secca per parlare. Ma meglio così, perché le viene da chiamare il nome del fratello e, per come sono finite le cose la sera precedente e per dove si trova adesso, meglio tacere. Il cuore inizia a battere velocissimo, si dimena un po' nonostante i dolori che avverte sul proprio corpo. Poi arriva un'infermiera. Le dice di stare tranquilla. Intanto un'altra si impossessa del suo braccio e, senza che possa difendersi -ancora una volta-, sente il pizzicore di una puntura. Pochi secondi e le palpebre calano da sole.

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Il mare. Quella spiaggia. È il tramonto e lo osserva, in piedi con le braccia incrociate al petto. Apparentemente non c'è nessuno. Ma delle voci giungono alle sue orecchie. Si volge verso sinistra e a distanza di diversi metri nota una coppia intenta a giocare sul bagnasciuga in maniera spensierata. Un moto di nostalgia la invade, soprattutto quando si riconosce in quella ragazza. Si gira dall'altra parte e compaiono un paio di bambini, lei più grande, avrà sui dieci anni e lui circa cinque. I due giocano con la sabbia e, per la precisione, è lei che si diverte a sotterrare il bambino, lasciando fuori la testa e i piedi. Ed è sempre lei che richiama un paio di figure adulte: "Mamma, papà.. sto creando una Jimpoltrona! Venite a provarla!" e questo povero bambino ormai pare rassegnato a tutto. Non gli ha mai lasciato un attimo di pace. La scena si sposta in mare, sono sempre loro due, ma con una decina di anni in più e un paio di altri ragazzini della stessa età, intenti a combattere la lotto dei giganti, spingendosi in acqua senza alcuna esitazione. 
Poi.. ecco una berlina nera, parcheggiata a qualche metro di distanza da tutti, come se sorvegliasse la spiaggia. Un paio di volti noti al suo interno: uno intento a guardarsi intorno con fare attento, probabilmente sta scattando fotografie senza che ne nessuno se ne accorga, l'altro con un pc in mano. A qualche metro da loro c'è il "suo professore", intento a camminare sulla spiaggia dialogando amabilmente di letteratura. Lei è lì ad ascoltarlo. E in tutto questo quadretto non possono mancare loro due: Borja e Yosef, pronti a farle uno scherzo alle spalle mentre cammina con gli altri. Infine, eccoli che sbucano alle sue spalle: Quinn e Thomas, lui già pronto a protendersi verso "la zia Adea".

E tutto sembra essere un mare di ricordi perfetto se non fosse che all'orizzonte compare qualcosa. Qualcosa che si dirige verso di loro. Lui dal mare, l'altro dalla spiaggia, di corsa. Il panico la assale. Cerca di avvisarli di andarsene via. Ma è come se le gambe fossero pesantissime, sprofondate nella sabbia della spiaggia. Non ha voce per richiamare nessuno. E più ci prova, più questi svaniscono, pian piano, sbiadiscono. Ma non i due in arrivo. Li riconosce bene, soprattutto quella shell e quel martello. Cerca a sua volta di allontanarsi, di sfruttare quel chip che si è fatta impiantare nel cervello. Ma non funziona. Ricerca Retribution, lui ce l'aveva fatta a farlo ripartire. Insieme a Climber. Ma entrambi sono scomparsi. Arriva. Lo sente arrivare e ancora prima che avvenga sente quel colpo sulla schiena. 


Si sveglia di soprassalto.
Ed è ancora lì.
Con un Forcer che si aggrappa a qualsiasi dettaglio pur di tirare fuori sospettati, che le fa promesse quando in realtà il nome è già stato appuntato, che le fa domande mal poste, che le paragona la giustizia a un elefante. Meglio non farsi troppe domande in merito, forse è colpa degli anestetici. Le viene chiesto se è disposta a difendere l'identità segreta del ragazzo che era con lei, ma del resto.. come può difendere un'ideantità che nemmeno conosce? Parla con tono calmo, non si scompone. Rigira un po' le cose a proprio piacimento. Del resto non a caso ha un Q.I. niente male e una laurea in Lettere. E poi c'è lei, Eleonor che se ne sta zitta per la maggior parte del tempo, intenta a medicare le ferite e rifare le fasciature. Poi quella domanda:
"Perché hai scelto di essere una Vigilante Illegale?"
"Ho scelto di essere una Vigilante. Questo conta."

E mentre lei viene interrogata, i due spacciatori che avevano fermato se la sono data a gambe. Ancora liberi di sguazzare per il South.
Bella roba la giustizia.
E buona la prima settimana da capo.

lunedì 3 aprile 2017

Yes.

«Serve qualcuno che prenda il comando qui. E io voglio che sia tu.»
«Io?»
«Sì, tu. Accetti?»
«Va bene, cioè, sì. Ma ne sei proprio sicuro?»
«Sì. Ne sono sicuro. Farai un buon lavoro.»