giovedì 23 febbraio 2017

The Firts Time.

Non sa quanto tempo è rimasta a vegliare sul corpo che le dorme accanto. È seduta, tiene le ginocchia piegate e le abbraccia. A volte trattiene il fiato per assicurarsi che si senta il respiro altrui. Quando decide di sgusciare via da quel letto è l'alba, circa. Non ne è sicura. Non ha praticamente dormito, nonostante ci abbia provato. Nonostante la stanchezza. Recupera i suoi vestiti e alla fine torna verso la camera. Ha pure scritto un bigliettino per non svegliarlo, ma alla fine no. Si china per lasciare un bacio, una semplice frase di congedo, qualche carezza e poi richiude la porta alle proprie spalle. Chiama un taxi per tornare a casa ed uscirne pochi minuti dopo per andare a correre. È un abitudine che si porta dietro da un po', abitudine che le fa bene, la aiuta a pensare, a sfogarsi, a spegnere la mente per un po'. A fare chiarezza. 
Il parco è pressoché deserto. Inizia a correre.
Corre e cerca di levarsi dalla testa quell'immagine che si porta dietro dalla sera precedente. Un'immagine che l'ha evidentemente segnata. Una prima volta. Ma forse una di quelle che non si dovrebbero mai provare nella vita. Ma è la strada che ha scelto. Ha sempre pensato che non sarebbe successa una cosa simile. O comunque sarebbe stata pronta. Ma ci si può preparare per certe cose? Da ieri sera c'è qualcosa che è cambiato. Ha ucciso una persona.

Davanti a sé un paio di uomini. Entrambi feriti. Uno sdraiato con la pancia sul terreno, l'altro in ginocchio e chinato sul compagno. Ed è proprio verso questo che solleva ancora il braccio e punta la propria arma. Viene spinta da una freddezza che le è nuova. Poco prima delle urla sono arrivate forti e chiare alle sue orecchie, qualcosa si è scatenato; poi le seguenti parole non sono sufficienti per placarla. La Golden Blust puntata e l'indice che preme il grilletto, dopo un colpo di stordimento giunto da altri lidi. E poi il corpo si accascia sull'altro ed esala il suo ultimo respiro. "Magari c'è qualcuno che lo aspetta a casa.."

Corre. È in movimento mentre nella sua testa lei è ancora ferma a guardare quel corpo. Quel corpo che sicuramente avrà degli affetti. Qualcuno ad aspettarlo a casa. Un nuovo groppo l'attanaglia alla bocca dello stomaco. È rimasta solo un paio di secondi a fissarlo, ma a ripensarci sembra un'eternità. Aumenta la falcata, percorre sentieri che le sono familiari, ma è come se non li vedesse, come se uno valesse l'altro, non ha una meta precisa. Ieri avevano un obiettivo e si può dire "missione compiuta", l'obiettivo era stato raggiunto, ma c'è stato altro che l'ha spinta a insistere con il teleporta. Non è bastato quel colpo di stordimento. Una tensione dentro. Qualcosa di più grande. E per quanto le cose fossero precipitate, il "tener le cose separate" non è stato così facile. Corre per scaricare qualsiasi cosa la stia ancora attanagliando. Piega le gambe e si accovaccia. Si nasconde il viso con le mani. E per fortuna che il parco è ancora abbastanza vuoto e non attira l'attenzione di nessuno.

Lo sguardo perso dell'uomo senza vita.
Gli insulti del cecchino mentre si mette sopra per bloccarlo.
Uno sguardo silenzioso dietro un casco.
Quelle parole dure nei suoi confronti.
Il silenzio che ha scelto. 
  
Torna a casa e si fionda sotto la doccia. Anche questa volta spera di lavarsi via qualsiasi cosa. Affidare a quel momento depurativo ogni suo pensiero, preoccupazione e nuove paure. La storia sembra ripetersi, ma con ruoli invertiti. Ripensa alla visita del giorno precedente. Una di quelle visite improvvise che tanto le piacciono. Un caffè insieme. Punti di svolta. E l'impossibilità di aprirsi completamente. Dover tener nascosto qualcosa. Qualcosa che potrebbe intrecciarsi con la vita di qualcun altro. Ancora. Tutto sembra complicarsi in maniera esponenziale. 
Forse la fine del mondo non era un'alternativa poi tanto male.
Ma non diciamo cazzate.

martedì 21 febbraio 2017

Anywhere.


 "Ma il mondo non è finito. E tu sei qui. E sei reale.
E io sto bene con te.
Sembra che abbia la possibilità per provarci."

"Fino a che io e te stiamo bene,
fino a che tu vorrai continuare a correre, io ti sto dietro."

I'll go anywhere with you.

venerdì 17 febbraio 2017

Heores.

Mercoledì.

Ci si rende conto che sì, forse quello potrebbe essere davvero l'ultimo giorno al mondo. Non si è preparata liste di cose da fare. Si gode quello che viene. Un messaggio inaspettato. Deve far finta di non sapere, ma ha la possibilità di mostrare quel dubbio che si porta dietro dall'estate. Una risposta semplice. Sincera. Ha chiarito anche questo. Quello che doveva sistemare è stato sistemato e non sembra avere rimpianti. È in pace. O almeno è quello che vuole mostrare agli altri. O anche a se stessa. Quel mercoledì le sembra un giorno come tanti altri. Lo inizia risvegliandosi accanto a qualcuno, un corpo pian piano sempre più familiare. Una colazione insieme e poi fa pure lezione. Parla in tedesco con i suoi alunni, sta seduta sulla cattedra a raccontare qualche aneddoto europeo, li saluta e ha pure assegnato i compiti per venerdì, tra cui "state con le persone che amate". Ed è quello che fa lei. I Ross si riuniscono, tutti sul divano davanti a un film. Incastrati l'uno con l'altro, lei abbracciata al papà in quella posizione che si porta dietro da sempre. Lo abbracciava così a cinque anni e lo fa oggi. Le gambe cozzano con quelle di Jimmy, parte qualche piedata, ma alla fine si intrecciano. La mamma ha fatto la torta cioccolato e ricotta, le birre non mancano. È una scena normale. Quando stavano a Houston spesso guardavano film insieme. Ora che i due figli sono a Philadelphia si approfitta delle occasioni che si vengono a creare. Tutto sembra normale. Eppure c'è una consapevolezza di fondo. Quella potrebbe essere l'ultima volta. E si stringe ancora di più al papà.

L'ultima volta.
L'ultima volta che si veste bene. Elegante. Tutto nasce per un messaggio e diventa realtà. Esce di casa piuttosto tardi, tempo di prepararsi. Raggiunge in auto un nuovo indirizzo nel South e parte. Il viaggio dura un'oretta, le strade sono vuote e la macchina viaggia veloce. Guida sicura, conosce bene la strada. La radio di sottofondo. Una mano sul volante. L'altra sul suo ginocchio. Sono usciti dalla città. Persino dallo Stato. In un'ora sono arrivati davanti all'immensità dell'oceano. Prende una coperta che viene adagiata sulla spiaggia. Davanti a loro l'oceano e il vento che li colpisce in faccia. Si stringe a chi le sta accanto e lo abbraccia, usa la sua spalla come appoggio. Questo è uno di quei casi in cui non servono troppe parole.

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Giovedì.
To day is the day. La tensione regna sovrana. Si prepara al rituale. Si concentra. E per farlo.. pulisce casa. Le pulizie come terapia a quella tensione. Alla ricerca della giusta dimensione per affrontare la serata. La casa risplende. Lei un po' meno. Coccola quella palla di pelo rossa che è suo compagno da pochi mesi, ma che le ha letteralmente conquistato il cuore. Poi esce di casa. Prende ancora la macchina e niente radio. Sguardo davanti a sé. Tempo di parcheggiare e guarda il telefono che si illumina. Ci sono diversi messaggi. Ma è uno che la colpisce. Scrive e cancella quella risposta più e più volte. Scende addirittura dalla macchina e ci gira intorno, mentre combatte una battaglia interiore. Alla fine vince la freddezza. Una freddezza che non è da lei, ma che ultimamente le fa da scudo, accompagnata da indifferenza. Una difesa. Ma se da una parte c'è la freddezza, dall'altra parte una telefonata. Ci vogliono un paio di tentativi prima che senta un:
"Ehi.." un saluto semplicissimo, ma con una voce familiare e un tono di voce che sembra aver lasciato da parte qualsiasi rimorso o rancore. 
Si appoggia al cofano dell'auto e si gratta la fronte con la mano libera. Improvvisamente sembra non riuscire a parlare. Per fortuna che di là c'è chi sa come fare. E va direttamente al sodo.
"Yosef mi ha detto cosa hai intenzione di fare. Sei sicura?"
"Sì, assolutamente." sembra voler aggiungere altro, ma le parole le muoiono in gola.
"Non mi stupisce che tu finisca in mezzo a situazioni potenzialmente pericolose.."
"È proprio un brutto vizio, non credi?" lo interrompe e cerca di seguire la sua nota ironica.
"..ma è uno dei motivi per cui mi sono innamorato di te." continua la sua frase e risponde, in qualche modo, anche alla domanda posta da lei.
Sospira.
"Siamo stati proprio bene e rifarei tutto dall'inizio."
"Anche io. Ti chiederei ancora di sposarmi.."
"..e io ti direi ancora di sì"
"..per poi andartene come hai fatto."
"Mi dispiace, Borja.."
"Non importa, Andrea. Mi importa averti avuta nella mia vita e continuare ad averti se ce ne sarà l'occasione. Va bene così. Abbiamo agito entrambi d'impulso, al momento era la cosa migliore. Non era il momento giusto. E poi ehi.. non tutti possono raccontare una storia simile."
Sorride e guarda verso il Velo. Il tempo stringe.
"Devo andare, Borja. Io.." breve pausa "..ti ho amato davvero."
"Lo so. E lo stesso vale per me. Ed è questo che conta.. che è stato vero."
"Ci vediamo presto, Borja."
"Bis bald, Andrea".

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Il rituale ha inizio. Dopo un momento di panico generale, i due cerchi riescono a formarsi e lei stringe la mano di due perfetti sconosciuti, ma che al momento sente più vicini di chiunque altro. Sono lì per lo stesso motivo. Hanno un obiettivo. Qualcosa per cui lottare, seppure spinti da motivazioni diverse. Da vite diverse. Le energie fluiscono e si incanalano nello stesso punto. Le due realtà si incontrano e collaborano. Anche oggi. Combattono insieme. Almeno in quel punto. Quello che succede nel resto della baraccopoli è arrivato alle sue orecchie, ma è stato messo da parte. Si lascia cullare dalla melodia che hanno iniziato a cantare tutti insieme, dai mantra che si ripetono in svariate lingue. Gli occhi chiusi. Poi una strana sensazione. Inizia a sentirsi svanire. E non solo lei. Il mondo intero. Compare la paura che tutto possa rimanere in questo stato. Poi il nulla. Fluttua senza essere niente. Nessun ricordo. Nessuna emozione. Nessuna conoscenza. Niente di niente. Ma è quella melodia che la tiene in vita. Continua a cantare seppure non ne capisca il significato.
Poi è il Big Ben.
Improvvisamente tutto torna. Un nuovo calore. Un soffio di vita. Tutto ritorna alla mente, come un grande film che le scorre davanti agli occhi. Un susseguirsi di ricordi. Mamma e papà. Lei seduta in braccio al papà che si sproge verso il pancione della mamma per appoggiarci l'orecchio: "Sei sicura che ci sia qualcuno qui dentro?" e pochi mesi dopo vederlo per la prima volta: "ma è uno sgorbio! Non è bello come i bambini che ci sono sui libri!". Le gare di corsa tra fratelli, poi quelle scolastiche. La prima medaglia e la prima volta col gesso. Owen Lynch e il primo bacio. I passaggi in motorino. La prima sigaretta. E la prima canna. Il viaggio con la scuola a Washington. Ben Cowan e la sua prima volta. Ben Cowan e le prime corna. Il viaggio con le amiche a Miami, poi quello a Losa Angeles dove finalmente ha visto giocare i Lakers ed è tornata a casa con un paio di pantaloni ricevuti da un giocatore. E poi il club dell'uncinetto. Le cheerleader. Il diploma. Philadelphia. La compagna di stanza che non si lavava i piedi. La partenza. L'arrivo a Münster. Il primo festino universitario tedesco e il primo risveglio con uno sconosciuto, poi la conoscenza col suo coinquilino: Borja. Il colloquio al Doubter. Ben Birkenhead, Washington e una passeggiata a Boathouse Row. Il ritorno in Europa. Un anello. Un sì. E il ritorno a Philadelphia. Quel ritorno che le ha cambiato la vita. Perché non è più tornata indietro. Si è lasciata alle spalle molte cose. Ha indossato una maschera e ha cercato i Night Soldiers. E tutto sembrava andare bene. Ma sono i ricordi degli ultimi giorni che la fanno stare a galla. I cambiamenti inaspettati e le persone inaspettate. C'è una speranza a cui aggrapparsi. Qualcuno per cui stringere i denti.
I piedi toccano di nuovo terra e le gambe cedono. Non è mai stata così felice di sporcarsi di fango e sentire la terra in bocca. Le lacrime iniziano a rigarle il viso. Lacrime intrise di gioia e di paura. Tutta la paura che ha accumulato dentro e che ha cercato di nascondere insistentemente. Poi, improvvisamente, il primo pensiero verso qualcuno. Si rimette in piedi. Stanno tutti bene. Jimmy sta bene. Ma lei ha bisogno di un abbraccio in particolare.

"Ce l'abbiamo fatta. Abbiamo salvato il mondo."

lunedì 13 febbraio 2017

Turn the page.

Hanno una data. Il mondo potrebbe finire il 16 di febbraio.
Quando Lincoln le dà quell'informazione, per un momento, sembra non sentire più il pavimento sotto i piedi. Per fortuna che era seduta. Lo guarda per diversi attimi in assoluto silenzio, ma dentro la sua mente si scatena l'inferno. Mille cose vengono a galla, cose da fare, da dire, situazioni da distemare. È troppo presto. Sta già dando per scontato che non vedrà il giorno dopo. Ha fiducia nel rito. Sa che il mondo andrà avanti. È lei che non ne farà parte. Chissà che diamine le passa per la testa, dato che poi propone gite al mare ai suoi compagni Soldiers, ma anche ad altri. Ha un umore altalenante. La stanchezza la fa da padrona, un terrore di base non solo legato alla fine del mondo. Una consapevolezza che tenta di nascondere a se stessa.

"Quinn, merito di essere felice?"
 È una domanda del cavolo, davvero. Ma a un certo punto il dubbio l'ha presa in pieno. 
"Certo che lo meriti! Secondo me sbagli ad aspettare una persona così. 
Meriti la compagnia di una persona che apprezzi stare con te"

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Ha una priorità. Raggiunge Mutiny in tempi record. E quelle parole che si sente dire sono una lama. Lo sapeva. Se lo aspettava. Ma fa comunque male. E una parte di lei ha sperato fino all'ultimo. E comunque non ci crede. Tutto ha assunto una piega assurda nella sua testa. Non ci ha capito più niente e per lei è importante razionalizzare tutto. Dare delle spiegazioni. Riceverne. Ma questa volta non è così. Ed è questo che la manda in bestia. Tutti i suoi sentimenti vengono messi da parte in un nano secondo in favore di un muro di ostinata freddezza e durezza. Non sembra importarle più nulla.
Esce da quel luogo con tutta la calma di cui è capace e quando arriva a casa sa già cosa fare.
Prende una scatola avanzata dal suo trasloco. Soffia via un po' di polvere e ci infila dentro tutto ciò che non le appartiene più. O che forse non le è mai appartenuto. Un paio di camicie e tutto ciò che può aver lasciato dentro un armadio. Recupera anche uno spazzolino e un dopobarba che aveva preso appositamente. Un libro. Le chiavi di casa con tanto di portachiavi e sì, alla fine aggiunge anche quella collana che le aveva regalato a Natale. Nessuna esitazione.

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Il freddo. La neve. Delle scarpe poco adatte. Due occhiaie che la fanno sembrare un panda. Boathouse e la sua passeggiata. La giusta compagnia. Il rischio di re-incontrare persone interessanti. Mancano tre giorni e ci sono cose da sistemare. È una conseguenza a quanto successo nel pomeriggio, anche se è qualcosa che si porta dietro da diversi giorni. Ha lasciato che le cose andassero in questo modo, nonostante una parte di lei fosse ancorata a un'altra speranza. Speranza che non c'è più. E ora può lasciarsi andare a questa nuova sensazione. Troppo presto? Mancano tre giorni, al diavolo tutto. È arrivata lì con le idee ben chiare, complice anche il supporto del suo migliore amico. Non perde tempo.


"Hai in mente quando ti dicevo che una parte di me verrebbe con te? 
Ecco.. non è più solo una parte. Se potessimo, lo farei al volo."
"Ma che ti avrò mai fatto io a te.. andrà bene, giovedì. 
Non ho intenzione di vedere finire il mondo dopo essermi sentito dire certe cose"
"Nemmeno io. Ed è per questo che parteciperò al rituale.."
"È potenzialmente pericoloso, lo sai questo.. vero?"
"Sì, ma è la cosa giusta da fare.."


E la serata continua. Nonostante i timori. Nonostante la paura. Nonostante il tempo stringa. Ma forse è proprio per questo che ha deciso di fermarsi, di scendere dal treno delle cose da fare e quelle a cui pensare, così da godersi quel che resta. Una parte di lei è ancora convinta che abbia i minuti contati, un'altra si aggrappa allo spiraglio che ci sia una possibilità anche per lei. Non la lascia trapelare, non lascia trapelare niente. Si convince che il mondo continui a girare come se nulla di tutto quello che sta succedendo sia vero. Come se nulla fosse mai successo. Quindi stare seduta in quel locale a parlare del club dell'uncinetto, bere, stringere la sua mano, risvegliarsi insieme è tutto normale. Al momento.

E giovedì può anche arrivare.
Lei sembra improvvisamente in pace.
Ed è pure riuscita a riposare.

giovedì 9 febbraio 2017

La Linea Sottile.

Si è decisa ad andare a controllare la situazione alla Baraccopoli. Non si è più accontentata di seguire le dirette, o vedere le foto pubblicate. Così come non si è più accontentata di poter parlare con Eugene per sapere quando avverranno le prossime connessioni e assicurarsi la sua incolumità. Quindi ci è andata e, senza nemmeno rendersene conto, Routh l'ha praticamente fatta salire a bordo della nave. Una nave che, a detta di molti, è piena di buchi e sta pian piano affondando. Perché il tempo stringe e il mondo è alla ricerca di una soluzione. Una soluzione che è nella nostra realtà. È possibile salvare entrambi i mondi? Si sta lavorando per quello. Ma non biasima chi opta per un piano B. Probabilmente lo farebbe anche lei.
Quindi si imbarca in questa lotta contro il tempo. Quando non è alla Baraccopoli è in Università e quando non è lì, la si trova all'Hive. Sta tenendo la mente occupata, è quello che dice a tutti. Ed è anche uno dei motivi per cui dorme davvero poco. Perché la notte è il momento peggiore: tutti i pensieri vengono a galla e ti sommergono, tutti insieme. 
C'è chi ha detto che, mancando pochi giorni all'eventuale fine del mondo, converrebbe risolvere le proprie faccende personali. Tempismo perfetto, dall'altra parte, davvero. E mentre cerca di tenere insieme i pezzi, qualcosa avanza silenziosamente. L'ha già notato, ma.. probabilmente fa finta di non vedere e di non sentire, lasciando che le cose vadano in questo modo.

Ha detto che forse sarebbe voluta rimanere sotto quelle macerie. Una gioia, davvero. Perché qualcosa dentro di sé si sta contorcendo. Troppe cose tutte insieme. La parte codarda avrebbe preferito risolvere tutto in quel modo. Ma non si è arresa. Non si arrende. E non si arrenderà.

"Sei brava Scout. Sei creciuta molto in questo ultimo mese. Lo vedo dalle nostre discussioni, dal tuo buttarti sempre in gioco. Credo che imparerai ancora molto ma... 
Sei davvero una vera Night Soldier."

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La Baraccopoli. La fine di un turno. Una coperta, una baracca che protegge dal vento, del buon cibo. Congetture, ipotesi, confessioni. Si era fatta diverse idee su come passare gli ultimi giorni prima della fine del mondo; questo non rientrava assolutamente nei suoi piani. Ma negli ultimi mesi ci ha fatto l'abitudine all'improvvisazione. Alle cose che succedono senza sapersi dare una spiegazione. Tutto finisce con una dormita. Finalmente è riuscita a chiudere occhio per qualche ora, riuscendo a riposare. Poche ore a confronto con la stanchezza che si porta dietro, ma è un risultato. Se ne torna a casa con un mezzo ghigno stampato in viso. 
Ghigno che scompare non appena varca la soglia d'ingresso. 
Abbandona le chiavi sul tavolino vicino alla porta, sfila lo zaino, si leva il cappotto e poi gli stivaletti. Molla tutto in giro. Avanza di qualche passo e si guarda intorno, la casa è illuminata dalle prime luci del giorno. Rimane immobile in un punto piuttosto centrale. Il gatto che la raggiunge per strusciarsi contro le sue gambe. Questa volta gli concede qualche attenzione, poi si dirige verso il bagno.
È una di quelle docce interminabili. Fronte appoggiata contro la piastrella del muro, il getto di acqua calda che cade dritto sulla testa. Sembra volersi lavar via qualcosa. Rimane immobile, lascia che sia l'acqua in autonomia a lavare via tutto.
"Che cazzo sto facendo?"

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Il campanello alle nove è una sorpresa. Ma è sveglia. Si alza dal tavolo con la matita tra i denti. Sbircia nell'occhiello e.. ha un tuffo al cuore.
Apre la porta di fretta e furia. Davanti a lui un uomo sui cinquant'anni, di bell'aspetto, capelli e occhi scuri, una figura slanciata e ben piazzata. Tiene in mano una confezione di dolci e un porta caffè con tre bicchieroni. Segno che non è da solo. 
"Buongiorno, ranocchietta".
Il papà è sempre il papà. Trovarselo davanti ha smosso qualcosa di enorme dentro di lei. Lo guarda incredula, mani che coprono la bocca e parte del naso. Lo lascia sulla soglia una manciata di secondi, davvero sorpresa. Poi avanza e senza dire nulla lo abbraccia e tira su col naso. Nasconde il viso contro la sua spalla, quando lo rialza nota una seconda figura. Anche questa molto familiare. Raggiunge anche lei -a piedi nudi nel corridoio, alè.
"Abbiamo preso qualche giorno di permesso per farci un viaggio.." spiegano mentre avanzano all'interno della casa che ben conoscono
"..e invece di andare a fare le lucertole al mare, abbiamo pensato di vedere che diamine succede a Philly..."
"..insomma, chi preferirebbe mai il mare dei caraibi a questa città.."
Si completano le frasi a vicenda, ironici entrambi. Da qualcuno deve aver preso.
Li guarda con aria riconoscente. È commossa per questa sorpresa. Perché a lei sono chiare le motivazioni che li hanno portati lì, questa mattina. Ed è altrettanto riconoscente perché non fanno domande, non la guardano con compassione. 
"..quanto mi siete mancati.." dice con un sussurro.
"..Andrea, guarda che sono venuta qui solo per rivedere Birkenhead", non si smentisce mai.

Ed è il momento della colazione.
L'inizio di un'altra giornata.
Ma con la famiglia ha tutto un altro sapore.

domenica 5 febbraio 2017

Pills

«E dove mi porteresti?»

«Ovunque e in nessun posto immagino ... 
se si potesse, lontano da tutte queste vicende malevoli. 
Magari in un luogo dove tu possa recuperare un po' di sonno.» 

«Lo faresti davvero?»

«A me piace fare star bene le persone 
e tu sei una persona che merita un poco di stare bene, 
considerato tutto.»

venerdì 3 febbraio 2017

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Rientra a casa che è esausta. Letteralmente.
Thomas è stato lasciato a chi di dovere e si lascia cadere contro la porta. Scivola con la schiena. Lancia le chiavi chissà dove e piega le ginocchia, nascondendo il viso contro le mani chiuse a pugno. Sembra non avere nemmeno la forza di levarsi il cappotto. E finalmente inizia a piangere. Non sa per quanto tempo si è trattenuta. Ma finalmente si può sfogare liberamente. Le lacrime iniziano a rigarle il viso, singhiozzi interrompono il silenzio che regna in quella casa. Il suo gatto le si avvicina, si struscia contro la sua gamba nell'evidente ricerca di carezze. Carezze che lei non gli concede.
Passano diversi minuti e lei non si schioda da quella posizione. Resta rannicchiata.

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Compone quel numero più e più volte. È consapevole che le costerà un sacco. Non sa nemmeno che ore siano da quella parte del mondo. Non si mette di certo a fare il calcolo del fuso orario.
Sta distesa a letto. Stanza avvolta nell’oscurità, se non fosse per la luce che parte dallo schermo del cellulare. Luce che le illumina il viso. Un viso stanco. E provato. Un mix di emozioni che creano un connubio non indifferente. Lineamenti segnati.
A farle compagnia non manca la palla di pelo rossa che sta appallottolata ad altezza pancia.
Alla fine si decide a fa partire la chiamata.
Uno squillo.
Due squilli.
Tre squilli.


“Andrea! Alles gut?”
“Ehi, scusa.. non so nemmeno che ore siano da te..”

“Ma va, tranquilla.. che succede? Come stai?”

“Avevo voglia di parlare con te…”
“Ah, come quando mi chiamavi alle tre di notte piena di birra fino alla punta dei capelli?”
“Qualcosa di simile..”


Segue un momento di silenzio. Le parole le si bloccano in gola. Non cerca nemmeno molto di provare a spiegare il perché di quella chiamata. Dall’altra parte c’è un silenzio di comprensione. Silenzio che dura chissà quanti secondi, poi è proprio di là che si interrompe.

“Iris mi ha fatto vedere quel video che gira su YouTube, di te e tuo fratello.. abbiamo un’eroina..”
“Sì, peccato che sia morto..”

Insomma, sta smontando ogni tentativo di conversazione. E pensare che quella chiamata l’ha iniziata lei. Socchiude gli occhi per un breve istante e prende un bel respiro. Si ritrova sotto le macerie, ancora, su quella pedana instabile, ma che la sorregge. Davanti a lei due persone. Una ancora in grado di parlare, l’altro è un corpo morto. Deve prendere una decisione. Il tempo stringe. Prende con sé quello vivo. Lui è costretto a lasciare lì il suo amico. Vengono sollevati e un crollo colpisce la pedana su cui stava proprio lei. Un secondo prima e l’avrebbe presa in pieno. Escono da qui buco per pura fortuna. Prende la mano del fratello che non l’ha mai lasciata per un secondo lì sotto. Appena rivede la luce del giorno vengono sommersi da un boato di acclamazioni nei loro confronti. Poi un altro crollo e tutto cade proprio dove stavano loro. Guarda la scena inorridita. Una donna che le si era avvicinata che chiede all’uomo del marito. Quello rimasto sotto. Una stretta allo stomaco. L’uomo che ha tirato fuori che non sopravvive. Un’altra stretta allo stomaco. Si aggrappa alla presenza di Jimmy.

Dall’altra parte il silenzio viene ancora interrotto. Per fortuna.

“..sai, volevo farti una sorpresa, dato che ora so dove abiti, ma.. mi pare di capire che tu abbia bisogno di una bella notizia”

“Sì, ti prego. Dimmi qualcosa di bello.. Raccontami come si chiama la tua nuova fiamma..”

“Sempre a pensare a quello, ehi. Bè.. tra una settimana avrai questa bellissima faccia nei paraggi più spesso..”

“Davvero? È per l’azienda che dicevi?”

“Esattamente! Un paio di ore in treno cosa vuoi che siano.. Me l’hanno confermato un mese fa, dopo il rientro, ma.. volevo farti una sorpresa.”


E, per quanto la notizia le faccia piacere, non riesce a dimostrarlo. Anzi. Inizia a piangere.

“Ehi, so di avere un certo effetto su di te, ma non pensavo così tanto..” il tono è chiaramente scherzoso, è palese il tentativo di risollevare un po’ la situazione.
“Scusa.. non volevo chiamarti per..”

“Andrea, non hai assolutamente bisogno di scusarti.. dai, una settimana passa in fretta”

“Vorrei fossi qui ora”
“Anche io.. rimedieremo al tempo mancato. Per ora puoi dirmi cosa è successo, o ascoltarmi mentre ti racconto una roba assurda che mi è successa oggi”
Esita un breve istante, poi..
“Non ce la faccio a parlare. Raccontami che hai combinato..”

E quella chiamata continua così. La voce dall’altra parte continua a parlare, lei ascolta e, miracolosamente, riesce ad accennare qualche sbuffo divertito, sempre mescolato con qualche pianto random e silenzioso. O almeno ci prova. Stanno al telefono tanti minuti, per lo più lei ascolta.

“Ci vediamo presto, Andrea. Mi raccomando..”

“Ti aspetto”

E così finisce la chiamata.
Guarda la foto che ha come sfondo sul display, ci sono diversi momenti di immobilità generale. Aspetta che il telefono vada in stand by da solo, poi ruota su se stessa e abbandona il telefono sul comodino, salvo poi tornare alla posizione di partenza. Con la mano destra va ad accarezzare il gatto, partendo dalla testa e scendendo sulla schiena, andando a soffermarsi dietro l’orecchio. Avere un gatto è sempre un’ottima terapia, anche nelle situazioni peggiori.

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“Abbi almeno il coraggio di dirmelo guardandomi in faccia.”
“Deve... deve finire qui. Almeno per ora. Perdonami se puoi.”

E quello sguardo le rimane ben stampato in viso. È l’ultima cosa che si porta dietro dopo essersi girata e aver ripreso a camminare, tenendo dentro quanto più possibile. Perché non vuole farsi vedere troppo vulnerabile. Poi una stupida domanda torna alla sua memoria. Quella che ha scritto su un'agenda. Quella che è stata detta durante la preparazione di una colazione a base di uova e bacon.

“Cosa potrebbe andare storto?”
Al momento tutto.