"Sono stato bene questi giorni con te. Mentirei se dicessi che non sono venuto con l'idea di riprovarci.. e così ho fatto. Ci ho provato, ho sperato che tornassi con me sull'aereo del ritorno, ma.. va bene così. Ti ho trovato bene. Più di quanto immaginassi. E forse di quanto sperassi. È stato bello averti ancora intorno, sentire il tuo accento americano e poterti ancora abbracciare."
Quando legge queste parole è notte fonda. Una notte passata insonne, forse a causa anche degli incontri degli ultimi giorni. Di uno in particolare. Se ne sta seduta nel proprio letto, schiena contro i cuscini inclinati e accatastati a dovere, gambe distese e coperte dal piumone giallo che ricopre tutto il letto. Il pc sulle gambe. La stanza illuminata dalla luce del monitor. Sul comodino, lì accanto, una tazza fumante con una tisana appena fatta; accanto alle sue gambe, sul letto, una palla di pelo rossa che dorme indisturbata. Il suo fidato coinquilino che la segue praticamente ovunque, la riempie di graffi sui piedi e lascia pelo sugli abiti e coperte. Distoglie lo sguardo dal monitor e prende una bella boccata d'aria, le mani che passano tra i capelli e si soffermano sulla nuca. Sposta lo sguardo verso dettagli della propria camera appena illuminati, come se cercasse qualcosa. Ma niente. Torna a leggere.
"Qualche settimana fa mi hai scritto che torneresti indietro e rifaresti tutto, ma che, alla fine, ritorneresti comunque dove sei ora. Che non cambieresti nulla. Bè, lo stesso vale per me. Salire ancora su quell'aereo e cercherei ancora di riportari indietro. Anzi, probabilmente ci proverei ancora di più. La ditta per cui lavoro ha una sede a New York. Già prima di venire con gli altri mi ero informato e mi sono candidato per il trasferimento. Sto aspettando una risposta.."
Alza gli occhi al cielo e sospira. Non finisce nemmeno di leggere quella mail, chiude il proprio portatile e scivola sotto le coperte, si gira sul fianco e inizia ad accarezzare la palla di pelo rossa, ancora senza nome.
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"Perché hai idee così stupide? Non è giusto!"
"Sono sensate e anche tu lo sai. E poi ne abbiamo già parlato. Andrà bene, tranquilla".
Probabilmente ci deve fare l'abitudine a sentirsi dire quelle parole, seppure non è scontato che facciano effetto o che lei le prenda seriamente in considerazione. Sì, ne hanno parlato, ma dentro la sua testa, seppure in lontananza, vive quella ipotesi. Quella minuscola ipotesi che la porta a scombussolare tutto, a smuoverle qualcosa dentro. Stringe le mani a pugno e sbuffa peggio di un toro. Si arrabbia. E non si sa esattamente con chi. Si arrabbia e aggiunge questa emozione alla paura, alla preoccupazione di poter perdere tutto. Il problema sembra più grande di lei. È più grande di lei, ma non ha intenzione di rimanere passiva a vedere qualcuno che le porta via tutto. Eppure, queste preoccupazioni sembrano capaci di farla a pezzi. Di renderla incapace di reagire. Soprattutto quando, anche se per una simulazione, quella paura le si presenta davanti agli occhi.
Poi ci pensa un braccio intorno alle spalle a rimettere insieme tutti i pezzi. Una presa calda, sicura e protettiva. Poche parole, pochi gesti. Quelli giusti. E tutto sembra riacquistare un senso. Anche solo giocando con dei baffi e sentendosi adolescenti nel dire quello che si prova. Perché alla fine è questo che conta.
Ogni cane che vuole un biscottino è un grande psicologo. Così pare.
Ed è una tecnica che funziona.
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